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THEOPA, L’ESPRESSIONISMO SURREALE DELLA SOCIETA’ CONSUMISTA

Theopa, l’espressionismo surreale della società consumista

Pasquale Di Matteo, in arte THEOPA, è un creativo che cerca di trasmettere i risvolti dell’evoluzione sociale attraverso la sua espressività, raccontando le ingiustizie sempre più profonde create dall’evoluzione del progresso.

di Pasquale Di Matteo

Sono sempre stato attirato dall’arte, fin dalle scuole medie, quando composi la mia prima melodia con il flauto e cominciai a intuire che con la matita avevo qualche chance di evidenziare su un foglio ciò che vedevo.

Poi, a vent’anni vinsi un concorso per cantautori ed ebbi un contratto discografico con una piccola etichetta di Pistoia.

Fu allora che cominciai a scoprire i paesaggi magnifici della Toscana e dell’Umbria, a conoscere persone diverse, a sentire storie che trascendevano dalla mia quotidianità, dalla normalità di un ragazzo di provincia a cui le nebbie della Pianura Padana calzavano strette.

Mi resi conto del fatto che la nostra società sia un acquario, dove i pesci grandi si cibano di quelli più piccoli, in cui se sei uno degli ultimi o difendi chi sta ai margini, finisci per diventare cibo per chi cerca, invece, di emergere.

I miei testi si sono fatti sempre più prepotenti contro la società consumista, sempre più contrari alle élite e, forse anche per questo, la mia musica è diventata meno commerciale, perciò poco spendibile in un mercato discografico di divi da canzonette da pianobar e di du, du du, da, da da…

Non ho mai smesso di suonare e di comporre, perché l’arte si differenzia dal mestiere proprio perché la prima non necessita di un profitto per schizzare via dalla pelle e manifestarsi, ma ho anche cominciato un percorso che mi ha sempre più avvicinato al mondo figurativo, un mondo in cui la mia anima sentiva come proprio tutto quello spazio di colori ed emozioni.

Ho cominciato a immortalare immagini di donne, disegnandole a matite colorate e pastelli, privilegiando il mondo femminile proprio perché il sesso debole è considerato la parte più umana della società, quella più indifesa, ma anche il lato più riflessivo e carico di buoni propositi.

In un secondo momento, la mia espressività ha preteso spazi più ampi, in modo da declinare temi ancora più profondi, attraverso pennellate di acrilico sulla tela, come in “L’INGANNO DEL PROGRESSO”, in cui la donna rappresenta il lato indifeso della società, in balia dei media e della tecnologia, ma anche di oggetti costosi che stuzzicano i desideri con i loro luccichii ammalianti.

L'inganno del progresso

L’Inganno del Progresso, 2018. Acrilico su tela 90×65

Eppure, sia la tecnologia, sia gli oggetti costosi, sono destinati a deperire con il tempo, rivelandosi ben al di sotto del valore che siamo soliti attribuire al denaro e a ciò che necessita di molti soldi per diventare di nostra proprietà.

Tuttavia, la televisione rotta è anche la manifestazione di un tempo in cui le masse vengono indottrinate da questo strumento, che, in fondo, è il più grande potere di cui dispongono le élite, infatti sempre più preoccupate dai Social, perché non possono controllarli come avviene, invece, con le TV.

Una TV che ci riempie le giornate con scene catturate da un mondo che, in realtà, non esiste, un mondo fatto di futili problemi di indici delle borse, di dati ISTAT e di problemi occupazionali, ma che solo marginalmente ci permette di osservare che i due terzi del pianeta sono teatri di guerre, spesso violente e apocalittiche, come quella in Siria, per esempio.

Grovigli Umani

Grovigli Umani, 2018. Acrilico su tela 80×60

Guerre di cui le élite non possono permettere racconti approfonditi, perché altrimenti si scoprirebbe che molti eroi della finanza occidentale fanno quattrini vendendo armi alle fazioni in lotta, spesso a entrambi, dimostrando una bassezza che sfiora il nulla più assoluto, al di sotto delle belve.

In “GROVIGLI UMANI”, le macerie si mescolano al materiale schizzato via dalle bombe, miscelando sangue, cemento, fuoco e volti umani, perché, in fondo, nelle guerre le persone diventano cose, oggetti, materiale che si scioglie, che si distrugge, che si sbriciola tra le schegge delle armi del progresso, dove un uomo, una donna e persino i bambini non sono altro che figure prive di corpo e di materia, lontane anni luce dai nostri miseri problemi.

D’altronde, noi siamo imbambolati, probabilmente impauriti di perdere quel poco che abbiamo, anche quando rasenta lo zero, preoccupati di inseguire quelli che valutiamo essere eroi solo perché guidano un’auto più costosa della nostra, si permettono vini pregiati e indossano abiti firmati.

E dimentichiamo che, nella maggior parte dei casi, questi eroi sono i protagonisti di gesti eclatanti quando vengono messi alle strette, quando per diversi motivi perdono tutto.

Le cronache di questi ultimi anni, infatti, ci hanno dimostrato che, durante la crisi economica, si sono registrati casi di suicidio più tra industriali di successo finiti sul lastrico che tra dipendenti senza lavoro, benché la logica portasse a credere il contrario.

Il fatto è che, per chi ha il vuoto dentro, il soldo è come una droga, senza la quale manca persino l’aria, soprattutto perché ti incancrenisce i sentimenti, fino ad arrivare a giudicare gli altri secondo il gonfiore del portafogli.

Identità senza spessore

Identità senza Spessore, 2018. Acrilico su tela 90×65

E quando il proprio si sgonfia, ecco che tali eroi sono portati a credere che tutti li valutino come essi hanno sempre giudicato il mondo che li circondava, perciò, dall’alto del loro ridicolo spessore culturale, riempito solo dagli abiti e dalla maschera del personaggio che interpretavano, decidono di farla finita, non avendo altro e non essendo altro.

In “IDENTITA’ SENZA SPESSORE”, due figure di genere non specificatamente definito si inseguono, la prima con la mente focalizzata sui desideri del lusso e della mondanità offerta da una vita da “eroi”, dal denaro, da una barca; indietro, invece, il manichino senza volto, una cosa che non è persona e che, forse, prova invidia per chi lo precede.

Ma, in un mondo in cui tutti cercano di indossare la migliore maschera sul mercato per potersi sentire qualcuno, dove tutti recitano un ruolo, sperando di far carriera, fino a vestire i panni del protagonista, è probabile che il manichino sia alla fine l’unico capace di restare se stesso, in un mondo occidentale in cui prosperano le identità prive di spessore.

Quindi, il manichino, pur non essendo umano, risulta più persona di chi lo precede.

Tutto a causa di una società in cui se non hai uno stipendio risulti un difetto sociale, a prescindere dal motivo, in cui persino i sentimenti vengono messi in secondo piano rispetto alla produzione, facendo credere alle masse belanti che chi non produce ricchezza meriti di restare ai margini, dimenticandosi di specificare che la ricchezza, ovviamente, riguarda solo le élite ai posti di comando.

Tra le nebbie dell'amore

Tra le Nebbie dell’Amore, 2018. Acrilico su tela 90×65

In “TRA LE NEBBIE DELL’AMORE”, infatti, la donna sorride, innamorata, ma l’amore è comunque una condizione di sfavore nella competizione sul posto di lavoro, quindi si vive spesso avvolti dalle nebbie, disorientati tra l’inseguire le masse e gli eroi della società consumista, uniformandosi agli stereotipi sbattuti in faccia dalla televisione, o scegliere le strade dei valori di un tempo, dell’amore e della famiglia, sempre più vilipesi dalle imperanti regole del progresso e del turbo capitalismo.

Il mio lavoro di questi mesi è focalizzato su questi temi e confido di ultimare il discorso a breve, quando sarò pronto a presentare una mostra su tali tematiche, magari invitando anche altri artisti che volessero contribuire con la loro arte a dare ancora più enfasi a questo messaggio.

Per informazioni e per collaborazioni: theopa@libero.it , oppure, pas.dimatteo@libero.it

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