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SILVIO BERLUSCONI, ASCESA DI UN UOMO FORTUNATO

Silvio Berlusconi, ascesa di un uomo fortunato

In una nazione come l’Italia, dove le televisioni hanno più rilevanza di una buona lettura, l’immagine di un uomo di successo fattosi da sé, senza avere una famiglia alle spalle, e divenuto a capo di un impero, ha senza dubbio un forte impatto tra le masse. Ma quali sono i suoi segreti e da dove nasce la sua fortuna?

di Pasquale Di Matteo

Giulio Andreotti andò per anni in vacanza in Costa Azzurra, in una bellissima villa di proprietà di un amico palermitano di nome Giuseppe Azzaretto, un nome legato a doppio filo con la Mafia siciliana.

Nessuno stupore, visto che la stessa Cassazione, con la sentenza di prescrizione, ha stabilito che, fino al 1980, Andreotti è stato il referente politico dei più ricchi boss di Cosa Nostra.

Eppure, quest’amicizia è importante, perché, durante gli anni settanta del secolo scorso, Giuseppe e Dario Azzaretto, padre e figlio, acquisiscono il controllo di una piccola banca d’affari situata nel cuore di Milano, la Banca Rasini, fondata nel 1955 dallo stesso Giuseppe Azzaretto, da Carlo Rasini, Gian Angelo Rasini, Enrico Ressi, Giovanni Locatelli e da Angela Maria Rivolta.

Tale banca, come accerterà più tardi la magistratura, era un crocevia di conti correnti di boss di primo piano di Cosa Nostra, e direttore ne era un certo Luigi Berlusconi, padre di quello che sarebbe divenuto l’astro nascente dell’imprenditoria italiana, nato a Saronno nel 1908 e morto nel 1989, uno che, durante la Seconda Guerra Mondiale, alla scelta tra lo schierarsi con la resistenza o scappare in Svizzera, scelse la seconda possibilità.

La Banca Rasini vanta anche il non invidiabile primato di unica banca chiusa dalla Vigilanza di Bankitalia con l’accusa di riciclaggio.

Ma cosa c’entra la Banca Rasini con Silvio Berlusconi?

Beh, secondo i racconti del noto imprenditore, egli partì con la Edilnord grazie all’intera liquidazione del padre e ad alcuni finanziamenti che lo stesso padre, ex direttore di banca, riuscì a fargli ottenere.

Tuttavia, qualcosa non quadra: Luigi Berlusconi non può essere entrato alla Rasini prima del 1955, anno della sua fondazione, oltretutto, per alcuni anni ne fu un semplice impiegato, perciò è improbabile che la liquidazione di quest’uomo, andato in pensione nel 1973, potesse essere tanto cospicua da iniziare la costruzione di Milano 2 e di Milano 3.

La verità è che a finanziare tutte le operazioni di Silvio Berlusconi all’inizio della sua carriera imprenditoriale è stata la Banca Rasini: prima con una fideiussione per l’acquisto di un terreno in via Alciati, nel 1961, quando, insieme a Pietro Canali, Berlusconi fondò la Cantieri Riuniti Milanesi, poi nel 1963, quando, con lo stesso Canali e insieme ai fratelli Botta, fondò la Edilnord s.a.s di Silvio Berlusconi & C., grazie al contributo, oltre che della Rasini, della finanziaria svizzera Finanzierungesellschaft fur Residenzen ag, di Lugano.

Per la cronaca, La Edilnord S.a.s. di Silvio Berlusconi & C., ultimata la realizzazione del poco soddisfacente Centro residenziale di Brugherio, verrà posta in liquidazione, con effetto a far data dal 1° gennaio 1972, unitamente alla finanziaria svizzera.

Successivamente, il 26 gennaio 1978, Silvio Berlusconi si era affiliato alla loggia massonica “Propaganda 2”, meglio nota come “P2”, del maestro venerabile Licio Gelli, al quale era stato presentato dal giornalista Roberto Gervaso, versando regolare quota di iscrizione di 100 mila lire.

Quindi, Berlusconi veniva registrato con la tessera numero 1816, codice e.19,78, gruppo 17, fascicolo 0625.

Inutile negare che la partecipazione alla loggia gli procurerà notevoli vantaggi di ogni genere: dai finanziamenti della finanziaria Servizio Italia, ai crediti facili e ingiustificati del Monte dei Paschi di Siena, dove la P2 era di casa, fino alla collaborazione come commentatore di politica economica sul Corriere della Sera, diretto dal piduista Franco Di Bella e controllato dalla Rizzoli dei piduisti Angelo Rizzoli, Bruno Tassan Din e Umberto Ortolani.

La P2 era una formazione eversiva, che puntava a conquistare lo Stato, tanto che fu sciolta dal governo Spadolini.

Berlusconi, intanto, anche grazie alle sue vecchie e nuove amicizie, continua ad accrescere il suo impero, tanto che attrae su di sé gli occhi della Magistratura.

Si apre un fascicolo sugli affari del neo Cavaliere del Lavoro e si scopre che ci sarebbero almeno 22 holding in possesso di tutto il suo patrimonio, registrate alla banca Rasini come negozi di parrucchiere e di estetica.

L’esito di una perizia sui bilanci della Fininvest effettuata dagli esperti della Banca d’Italia su incarico della magistratura, ha evidenziato che, dal 1977 al 1984, sono entrati nelle casse della Fininvest almeno 200 miliardi, transitati sui conti delle 22 Holding, seguendo giri talmente tortuosi che di ben 114 miliardi i tecnici non sono riusciti a ricostruirne la provenienza.

La stranezza è ancor più allarmante poiché si tratta di denaro circolato in contante o, in rari casi, attraverso assegni circolari.

Il capitale sociale della Fininvest, pari a 400 miliardi di lire, era ed è posseduto dalle 22 Holding, anche se pare che il numero possa essere aumentato almeno a 38, come vedremo più avanti.

Il capitale di queste è posseduto per metà direttamente da Berlusconi, e per l’altra metà da una società fiduciaria della Bnl, la Servizio Italia Spa, i cui capitali pare siano sempre riconducibili a Berlusconi.

La cosa che non quadra, è che la Fininvest Srl era nata il 21 marzo 1975 a Roma, con un capitale di 20 milioni, diventati poi 2 miliardi l’11 novembre, con il contestuale trasferimento della sede a Milano.

L’8 giugno 1978, Berlusconi aveva fondato anche la Finanziaria denominata Investimento Srl, amministrata da Umberto Previti, padre di Cesare, anch’essa con un capitale iniziale di 20 milioni, diventati 50 il 30 giugno e ben 18 miliardi il 7 dicembre.

Da 20 milioni a 18 miliardi nel giro di poche settimane!

Il 26 gennaio 1979 le due Fininvest si fondono in un’unica società.

Ecco in particolare alcune “stranezze” emerse dalla perizia della Banca d’Italia:

Il 6 aprile 1977, la Fininvest aumenta il capitale da 2,5 miliardi a 10,5 miliardi. 8 miliardi tutti con versamenti in contanti.

Il 2 dicembre 1977, nelle casse della Fininvest entrano altri 16,4 miliardi come “finanziamenti soci”, ma non si sa se in contanti o con assegni a causa di documentazione bancaria mancante.

Il 7 dicembre 1978, sul conto di Berlusconi, presso la filiale di Segrate della Popolare di Abbiategrasso, affluiscono altri 17,98 miliardi, tramite otto giriconto che coinvolgono varie società di comodo; tuttavia, i periti non sono riusciti a risalire al primo girante, né all’ultimo beneficiario, anche perché la documentazione bancaria era registrata su microfilm risultati bruciati in un misterioso incendio.

Ma non è finita.

Tra il 24 e il 31 dicembre 1979, la Fininvest riceve altre 25 miliardi dalle Holding, la cui provenienza risulta ignota.

Tra marzo 1981 e maggio 1984, le varie Holding ricevono ulteriori somme di denaro per una cifra complessiva che supera i 12 miliardi, tutti rigorosamente di provenienza ignota.

Per di più, il 19 ottobre 1979, Berlusconi costituisce la PALINA Srl, società fantasma che vivrà solo sette mesi, abbastanza perché, il 14 dicembre 1979, la stessa società possa far girare sul suo conto corrente, acceso presso la sede milanese della Popolare di Abbiategrasso, ben 27,68 miliardi, che vengono poi bonificati alla SAF, che a sua volta gira alle Holding italiane, le quali accreditano l’intera somma sui conti Fininvest, la quale la storna alla Milano 3 Srl, altra società del gruppo.

Quest’ultima restituisce il tutto alla Palina.

Forse il nome più pertinente sarebbe stato “Pallina”, con due elle, no?

Giorgio Bocca, nel marzo 1976, scrive: “Milano è la città in cui un certo Berlusconi di 34 anni costruisce Milano 2, cioè mette su un cantiere che costa 500 milioni al giorno. Chi glieli ha dati? Non si sa. Chi gli dà i permessi di costruzioni e dirottare gli aerei dal suo quartiere? Questo lo si sa, anche se si ignora il resto. Come è possibile che un giovanotto di 34 anni come questo Berlusconi abbia un jet personale con cui raggiunge nei Caraibi la sua barca, che sarebbe poi una nave oceanografica? Noi saremmo molto curiosi, molto interessati a sapere dal signor Berlusconi la storia della sua vita: ci racconti come si fa a passare dall’ago al milione o dal milione ai cento miliardi”.

Purtroppo, Berlusconi non ha mai voluto condividere la sua sapienza con gli altri, preferendo tenersi per sé tutti i segreti del successo repentino.

Il 24 ottobre 1979 Berlusconi riceve la visita di tre ufficiali della Guardia di Finanza nella sede dell’Edilnord, che ora è intestata a Umberto Previti; ai finanzieri, il buon Silvio dice di essere un “semplice consulente esterno addetto alla progettazione di Milano2”, quando anche i cani sapevano ch’egli ne era il vero proprietario.

L’ispezione riscontra numerose anomalie, eppure i tre finanzieri chiudono in fretta la cosa, senza alcuna conseguenza per il semplice consulente.

Per pura casualità, dopo alcuni mesi, uno dopo l’altro, i tre finanzieri protagonisti dell’ispezione di qualche tempo prima, Massimo Maria Berruti, Salvatore Gallo e Alberto Corrado, passano alle dipendenze di Berlusconi.

Dei tre, Berruti sarà quello più promettente, finito in diverse inchieste, condannato in primo e secondo grado, ovviamente, futuro esponente di Forza Italia.

Intanto, sul finire del 1979, Berlusconi, che comincia a lanciarsi nel settore televisivo, dà l’incarico ad Adriano Galliani di girare l’Italia per acquistare frequenze televisive e, neanche a dirlo, Galliani comincia la sua ricerca partendo dalla Sicilia.

In quegli anni, Berlusconi conquista anche la sua non invidiabile fama di menzognere, fama certificata da fatti incontrovertibili.

Il 26 ottobre 1981, infatti, interrogato dalla Commissione parlamentare sulla P2, nella sua qualità di affiliato alla Loggia, Berlusconi dichiara: “Mi sono iscritto alla P2 nei primi mesi del 1978, su invito di Licio Gelli che conoscevo da circa sei mesi, e che avevo visto solo due volte… Ero convinto che la Loggia fosse parte del Grande Oriente d’Italia. Non ho mai versato contributi… Gelli mi chiarì che tramite la Massoneria, organizzazione internazionale, avrei potuto avere dei canali di lavoro, e contatti internazionali utili alla mia attività di presidente del Consorzio per l’Edilizia industrializzata. Non vi fu cerimonia di iniziazione, non ho avuto alcun rapporto con altri affiliati. Nulla so dei rapporti di Gelli con Carmine Pecorelli”.

Peccato che l’ex senatore Sergio Flamini, già componente della Commissione d’inchiesta, preciserà: “La deposizione di Berlusconi davanti alla Commissione fu menzognera e reticente. Berlusconi mentì quando affermò di non avere versato contributi: il 22 marzo 1982 la Guardia di Finanza verificò la piena corrispondenza tra la quota pagata di Lire 100.000, la ricevuta trovata nell’ufficio di Gelli, e i versamenti sul conto “Primavera” presso la Banca d’Etruria che Gelli utilizzava per i pagamenti degli affiliati. Mentì quando negò la cerimonia di iniziazione: la Commissione acquisì un documento proveniente dall’archivio di Gelli in Uruguay nel quale, a fianco del nome “Silvio Berlusconi”, vi era l’annotazione “Juramento Firmado”. Berlusconi mentì anche e soprattutto quando affermò di non avere avuto alcun rapporto con altri affiliati: basti considerare tutti i rapporti avuti con i banchieri piduisti del Monte dei Paschi di Siena e della Bnl, e a quelli che intrattenne con giornalisti (Gervaso e Di Bella) ed editori (Rizzoli e Tassan Din). Del resto, la stessa storia della P2 dimostra come la falsa testimonianza sia essa stessa prova di “appartenenza” alla Loggia segreta, proprio perché i “fratelli” piduisti erano vincolati alla segretezza da un giuramento e da regole che li vincolavano alla fedeltà della Loggia”.

Nel corso della sua deposizione davanti alla Commissione d’inchiesta sulla P2 anche il piduista Bruno Tassan Din, Amministratore Delegato del gruppo Rizzoli/Corriere della Sera, confermerà: “Gelli era molto amico di Berlusconi, e in diverse occasioni mi disse di fare degli accordi con lui sia nel settore della televisione che dell’editoria. Io conoscevo Berlusconi direttamente, e questo in verità mi fece riferimento all’opportunità di un accordo nel quadro anche dei contatti che lui aveva con Gelli”.

Il 30 maggio 1983, la Guardia di Finanza di Milano, che sta controllando i telefoni di Berlusconi nell’ambito di una inchiesta su un traffico di droga, redige un rapporto investigativo in cui si legge testualmente: “E’ stato segnalato che il già noto Silvio Berlusconi finanzierebbe un intenso traffico di stupefacenti dalla Sicilia, sia in Francia che in altre regioni italiane (Lombardia e Lazio). Il predetto sarebbe al centro di grosse speculazioni in Costa Smeralda avvalendosi di società di comodo aventi sede a Vaduz e comunque all’estero. Operativamente le società in questione avrebbero conferito ampio mandato ai professionisti della zona”.

Inizialmente, l’indagine viene affidata al pm Giorgio Della Lucia, stranamente spostato poi all’ufficio istruzione, dove, qualche tempo dopo, finirà imputato per corruzione in atti giudiziari insieme al finanziere Filippo Alberto Rapisarda, ex datore di lavoro ed ex socio di Marcello Dell’Utri.

E l’inchiesta su Berlusconi?

Sul finire del 1991, il gip milanese Anna Cappelli archivierà tutto per decorrenza dei termini.

Decorrenza dei termini!

Sarebbe stata più auspicabile un’archiviazione perché il fatto non sussisteva…

Il 27 settembre 1988, in un processo da lui stesso intentato presso il Tribunale di Padova, contro gli autori di un libro in cui si diceva che apparteneva alla P2, Silvio Berlusconi viola l’art. 373 del codice penale per falsa testimonianza.

La sentenza n. 97, n. 215/89 del Registro Generale della Corte d’Appello di Venezia recita: “Ritiene il collegio che le dichiarazioni dell’imputato non rispondano a verità, smentite dalle risultanze della Commissione Anselmi e dalle stesse dichiarazioni rese dal prevenuto avanti il giudice istruttore di Milano e mai contestate…Ne consegue quindi che il Berlusconi ha dichiarato il falso con dichiarazioni menzognere…e compiutamente realizzato gli estremi obiettivi e subiettivi del delitto di falsa testimonianza…Ma il reato va dichiarato estinto per intervenuta amnistia”. Sentenza passata in giudicato il 13/2/1991.

Stavolta, a salvare Berlusconi subentra l’amnistia. Uomo fortunato, non c’è dubbio.

Ma la sua fama di menzognere si accompagna a quella di abile adulatore.

Il 20 ottobre 1993, Silvio Berlusconi, in una intervista a Epoca, afferma: “Noi non abbiamo giornali-partito. Noi non teorizziamo né tanto meno pratichiamo l’informazione come strumento di ricatto politico. I nostri sono eccellenti prodotti editoriali, non fabbriche di consenso o, quel che è peggio, di calunnie, di derisione, di disprezzo. Non ho mai usato, né mai userò, i miei mezzi di comunicazione per scatenare campagne di aggressione contro un concorrente, né per diffamare chi non è d’accordo con me. Lascio questi metodi ad altri”.

Che uomo di parola!

Dalla bufala di “Telekom Serbia”, all’operato de Il Giornale, Libero, Il Foglio… I cittadini sanno come stanno, invece, le cose.

In quel periodo, Berlusconi smentisce più volte la sua discesa in politica, ma in pieno stile con il suo personaggio, agli inizi del 1994, annuncia la costituzione del partito-azienda di Forza Italia e, sfruttando le sue televisioni, il 26 gennaio 1994, la sua discesa in campo, in barba al discorso di poche righe sopra in merito ai mezzi d’informazione.

Il motivo ufficiale è “salvare l’Italia, per un nuovo miracolo economico”, ma, in verità, vista la piega che stanno prendendo diversi filoni investigativi portati avanti dalla Magistratura, per salvare le sue aziende e se stesso dalle inchieste che stanno proliferando, come lo stesso Berlusconi aveva già confermato a Biagi e Montanelli.

I suoi stessi amici più vicini confermarono questo scenario: Giuliano Ferrara a La Stampa il 25 febbraio 1994: “Sì, Berlusconi è entrato in politica per impedire che gli portassero via la roba. Tenta di evitare che gli scippino insieme la sua impresa e la sua libertà di imprenditore”.

Marcello Dell’Utri il 28 dicembre 1994: “Silvio Berlusconi è entrato in politica per difendere le sue aziende”.

Infine, il suo amico d’infanzia, Fedele Confalonieri, che a Repubblica, il 25 giugno 2000, confessa: “La verità è che, se Berlusconi non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremmo sotto un ponte o in galera con l’accusa di mafia. Col cavolo che portavamo a casa il proscioglimento nel lodo Mondatori!”.

Più chiaro di così…

Il 23 marzo 1994, a quattro giorni dalle elezioni politiche, nell’ambito di una inchiesta sulla massoneria deviata, il sostituto procuratore della Procura della Repubblica, Maria Grazia Omboni, dispone l’acquisizione degli elenchi dei candidati di Forza Italia.

Alcuni agenti della Digos eseguono l’ordine del magistrato presso la sede romana della Fininvest, suscitando la reazione iraconda del leader: “E’ una provocazione contro la libertà degli italiani…Queste cose avvengono solo nei Paesi totalitari…La situazione in Italia sta degenerando e trasformando una democrazia in uno Stato giustizialista e poliziesco”, dando forse un grosso aiuto alla campagna della nuova Destra, vista sempre più come anti sistema dagli Italiani, sempre più incollati alle televisioni private e, al contempo, sempre più allergici alla lettura e all’informazione accurata.

Il giorno seguente, il Pm Omboni viene convocata dalla prima commissione del Consiglio superiore della magistratura per “giustificare” il proprio operato.

Come scrive il settimanale “L’Europeo”: “Per quattro ore la Omboni ha raccontato dei voti che alcune Logge coperte della massoneria avrebbero dirottato sui candidati di Forza Italia. Ha rivelato l’esistenza di una Loggia coperta che già sta lavorando per garantirsi appalti e commesse per l’Anno Santo del Duemila. Ha accennato a un contributo di 100 milioni versato da Berlusconi all’ex ministro degli Esteri, il socialista Gianni De Michelis. La Omboni sostiene di avere deciso il blitz a Forza Italia dopo aver ricevuto due rapporti della Digos di Cagliari e di Roma. E il primo, datato 23 marzo, proverebbe gli stretti legami tra massoneria e partito di Berlusconi. La Digos di Cagliari”, ha detto la Omboni, “ ci ha comunicato che il potente gruppo massonico che fa capo all’ex gran maestro del Grande Oriente d’Italia, Armando Corona, appoggia il partito Forza Italia. Lo provano alcune intercettazioni telefoniche. In una, un certo Locatelli rassicura così Corona: “Tutti i fratelli sono coinvolti, un mucchio di loro amici stanno organizzando club di Forza Italia. Il rapporto della Digos riferisce poi di una conversazione tra un medico (rimasto senza nome) e Ketty Corona, figlia dell’ex Gran Maestro. Forza Italia, spiega il medico, incontra qualche difficoltà nella raccolta delle firme per la presentazione della lista a Carbonia. ‘Avvisa tuo padre’, dice il misterioso dottore a Ketty, ‘e digli di chiamare tutti i fratelli della zona, di mobilitarli, di muoverli, altrimenti non ce la facciamo’. La Omboni commenta: “Questi sono i dati dai quali già emergevano buone ragioni per pensare che la massoneria, al di là della sua sbandierata apoliticità, fosse impegnata a sostenere alcune forze politiche di questo o quel candidato, non tanto perché appartenente a un certo partito, bensì perché massone”. Richiesto da un consigliere del CSM. “Ma perché non ha aspettato le elezioni? Perché tanta fretta?”, la Omboni ribatte: “Per verificare se era in atto una interferenza nella propaganda elettorale, dovevamo capire cosa stava succedendo prima delle elezioni”.

Dopo l’udienza il CSM non adotterà alcun provvedimento disciplinare nei confronti del Pm Omboni, né esprimerà censure verso il suo operato, che troverà conferma indiretta il successivo 11 maggio, con l’arresto di quattro “fratelli” della massoneria deviata: il principe Giovanni Alliata di Montereale, 73 anni, già coinvolto nel golpe Borghese, Sovrano dell’associazione segreta Obbedienza; Il colonnello Benedetto Miseria, Gran Maestro dell’Obbedienza di cui sopra; Cosmo Sallustio Salvemini, massone di una loggia coperta e fondatore del Movimento Salvemini intitolato al grande storico Gaetano, di cui è nipote; Alfredo Rasoli, segretario del Movimento Salvemini.

Il principe Alliata aveva promesso al gruppo Solidarietà la lista anti Rutelli del colonnello Pappalardo, e in particolare, ai candidati Salvemini e Rasoli, oltre a un finanziamento di 500 milioni e 2.500 voti a patto della loro affiliazione alla sua Loggia segreta.

A sostegno di tale accusa, 45 intercettazioni telefoniche fatte a partire dal giugno 1993, che evidenziano in maniera inequivocabile le finalità illecite che la Loggia persegue come centro di affari attraverso collegamenti con il Vaticano non meglio definiti, con la famigerata Banda della Magliana e persino con l’Fbi e i servizi segreti americani.

Il 27-28 marzo 1994, Silvio Berlusconi, leader carismatico e uomo dell’antipolitica, alla guida di una coalizione di centrodestra denominata “Polo delle libertà”, vince le elezioni politiche e diventa presidente del consiglio.

In un’intervista pubblicata dal quotidiano inglese “Herald Tribune”, in merito a una delle tante inchieste che coinvolgono lui e suo fratello da molto tempo prima della sua discesa in campo, Silvio Berlusconi, presidente del consiglio in carica, difende Paolo Berlusconi.

La guardia di finanza sta indagando in merito a tangenti pagate dal fratello, e Silvio ammette l’esistenza di bustarelle della Fininvest per la Guardia di Finanza, in modo da addomesticare i controlli fiscali ma, a suo dire, si sarebbe trattato di somme “estorte” a Paolo dai voraci finanzieri.

Comunque erano somme “ridicolmente piccole”, come afferma l’allora premier, e lui, Silvio, non ha mai saputo assolutamente nulla delle bustarelle da centinaia di milioni di lire (se tali somme possono definirsi ridicolmente piccole), pagate ai finanzieri in segreto e a sua insaputa, senza che mai lui ne fosse informato.

Qualche tempo più tardi, un’altra inchiesta coinvolge Berlusconi e spinge i magistrati a imbattersi di nuovo negli archivi della Banca Rasini, nel frattempo assorbita dalla Popolare di Lodi.

Alla richiesta di vedere le carte della Rasini, l’ufficio legale della Popolare di Lodi finge di cadere dalle nuvole, sostenendo che non risulterebbero conti di quella banca, tanto meno della Fininvest presso la Rasini.

A quel punto il consulente della Procura, Francesco Giuffrida, vicedirettore della Banca d’Italia a Palermo, tira fuori un estratto conto dimostrante l’esistenza di alcuni conti correnti intestati a Berlusconi o riferibili alla Fininvest presso la Rasini e, come una magia impossibile persino a Harry Potter, a qualcuno dei banchieri lodigiani torna la memoria.

I magistrati, accompagnati da un archivista in pensione, visitano l’ultimo piano della banca, dove si trovano gli archivi della Rasini, che sono sotto voci alquanto fantasiose, tipo: parrucchiere, estetista... Le famose Holding registrate da Berlusconi agli inizi.

Si scopre che le Holding non sono 22, ma 38.

Viene portato alla luce anche un patrimonio parallelo di Berlusconi: 105 libretti al portatore accesi presso il Monte dei Paschi di Siena, la Banca Popolare di Abbiategrasso, la Comit e la solita Rasini.

Tra il 1988 e il 1995, i libretti, materialmente in possesso di Giuseppino Scabini, amministratore del patrimonio personale di Berlusconi, registrano movimentazioni per 130 miliardi in entrata e 126 in uscita.

Dopo non risultano più movimenti, ma erano entrate in vigore leggi anti riciclaggio più severe.

Da ulteriori indagini risulterà che i 105 libretti miliardari al portatore servivano per le spese spicciole di Silvio Berlusconi, quali: pane, frutta, ortaggi… O, almeno, ciò è quanto ha dichiarato lo stesso Berlusconi.

Tuttavia, gli archivi sono talmente incompleti, che la DIA non riesce a stabilire la provenienza di oltre 113 miliardi di lire degli anni 70, una quarantina dei quali addirittura arrivati in contanti.

In conclusione, di affari poco chiari che riguardano l’ascesa di Silvio Berlusconi ce ne sono così tanti che, per elencarli tutti, occorrerebbe scrivere un libro.

Durante l’ultimo decennio, come sappiamo, Berlusconi Silvio è stato condannato in via definitiva per Frode fiscale, nella famosa vicenda dei diritti TV, e perciò interdetto dai pubblici uffici in virtù della Legge Severino, per poi essere riabilitato dopo l’espiazione della pena e il pagamento all’erario di milioni di euro dovuti.

A onor del vero, va aggiunto che, senza leggi ad personam, come la ex Cirielli, che hanno prescritto numerosi capi d’imputazione, portando alla condanna solo per i bilanci degli ultimi anni e non anche di quelli precedenti, nonché senza l’indulto, per Berlusconi si sarebbero spalancate le porte del carcere per diverso tempo.

Sappiamo anche che, come messo nero su bianco in sentenze della Magistratura, Silvio Berlusconi ha finanziato la mafia per almeno vent’anni, così come ribadito più volte dal Capo della Procura Antimafia, il Giudice Nino Di Matteo.

Sappiamo che il noto imprenditore ha fondato il partito azienda Forza Italia insieme a Marcello Dell’Utri, condannato per rapporti con la Mafia.

Inoltre, numerose sono le sentenze che non hanno portato a condanne non perché il fatto non sussistesse, ma perché le leggi erano state cambiate dai suoi governi, come nel caso del Falso in Bilancio, o perché l’abilità dei suoi costosissimi legali riusciva a portare i dibattimenti oltre i termini della prescrizione del reato.

Citando testualmente una sentenza della magistratura, “Silvio Berlusconi ha una naturale capacità a delinquere

Sta di fatto ch’egli sia riuscito a costruire un impero dal nulla e dato lavoro a migliaia di persone, circostanze che, per un popolo legato più alla televisione che alle buone letture, hanno un grande impatto e consentono a Silvio Berlusconi di godere, nonostante tutto, di un seguito maggiore di Giudici come Nino Di Matteo, o come gli stessi Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, che la mafia non la finanziavano, ma venivano da essa trucidati perché la combattevano tenacemente.

Berlusconi Silvio, un uomo che si è fatto da solo, partendo dal nulla, come egli afferma.

Sarebbe opportuno chiedergli come sia possibile ottenere gli ingenti prestiti senza garanzie da lui ottenuti, come riuscire a sovvertire piani urbanistici perché risultino più confacenti alle nostre esigenze imprenditoriali, come egli è stato capace di avere.

Sarebbe anche simpatico capire quanti ortaggi consumasse ogni giorno, viste le spese miliardarie per il cibo.

Però, bisogna ammettere che Silvio Berlusconi è stato capace di vedere prima di altri il business delle televisioni private.

Sarebbe bello sapere se Berlusconi sarebbe stato altrettanto fortunato e bravo se avesse rispettato le leggi vigenti come altre imprenditori delle TV facevano.

Perché, mentre qualcuno rispettava la norma che vietava alle emittenti private la diffusione in simultanea su tutto il territorio nazionale, restando marginale nel mercato, il gruppo Fininvest cresceva eludendo tale regola con le famose cassette: si registrava l’intero palinsesto con un giorno d’anticipo e poi si inviavano tante cassette quanti erano i capizona delle varie frequenze nazionali.

La cosa andò avanti dal 1981, al 1984, tanto che l’intero fatturato delle attività di Berlusconi passò dal 60% circa dal settore edilizio nel 1980, all’85% dal settore televisivo del 1984.

Il 16 ottobre 1984, su denuncia di numerosi altri imprenditori onesti del settore televisivo, i Pretori di Milano, Roma e Pescara disposero il sequestro del sistema che permetteva alle reti Fininvest di trasmettere in simultanea.

D’altronde, la Corte Costituzionale si era già espressa più volte in merito alla questione, stabilendo che, in virtù della carenza di frequenze, il monopolio di uno o di pochissimi soggetti avrebbe leso la libertà di pensiero stabilita dall’articolo 21 della Costituzione; la stessa Corte aveva concesso la possibilità di avere vari gruppi editoriali ma solo a livello locale.

In soccorso dell’amico Silvio, Craxi emanò un decreto d’urgenza il 20 ottobre, ma il Parlamento non lo approvò nei tempi previsti e lo lasciò decadere per manifesta incostituzionalità.

Il 6 dicembre, Craxi ripropose sostanzialmente lo stesso decreto, il Berlusconi/Agnes, ponendo la fiducia all’esecutivo.

Così Berlusconi ottenne il permesso di trasmettere nuovamente in simultanea.

Con la legge Mammì del 1990, infine, si stabilizzò la situazione a favore della Finvinvest, infischiandosene di tutti quegli imprenditori che per anni avevano combattuto nel settore rispettando le norme e che ora si vedevano sopraffatti da chi aveva monopolizzato il settore in maniera illecita.

La stessa legge Mammì è poi stata dichiarata incostituzionale e si è intimato a Fininvest, nel frattempo divenuta Mediaset, di far migrare Rete4 sul digitale nel 2006.

Tuttavia, in quell’anno, l’ennesima legge ad personam, la Gasparri nella fattispecie, salvava la rete di Berlusconi, infischiandosene del proprietario di Europa 7, a cui sarebbe dovuta andare per legge la frequenza a far data dal 1999.

Successivamente, non solo la legge Gasparri è stata bocciata dall’Europa, che ha ammonito l’Italia a regolamentazioni del settore televisivo più democratiche, ma i contribuenti italiani sono stati costretti a pagare i danni alla stessa Europa 7, quantificati dalla Corte europea in ben 10 milioni di euro.

Ancora pochi, considerati i guadagni fatti da Rete 4 dal 1999 al 2012, senza tenere in considerazione che tali guadagni non sono finiti nelle casse dello Stato, poi costretto al risarcimento…

Chissà, se anche il patron di Europa 7 avesse eluso le leggi, a partire dal 1980, o se Berlusconi le avesse rispettate… Se avesse incontrato le stesse difficoltà di altri imprenditori nel ricevere finanziamenti dalle banche o se gli altri avessero avuto la sua stessa fortuna…

Ci sarebbe mai stato l’impero di Berlusconi?

FONTI: ricerche su internet; “Gli affari del Presidente”, di Giovanni Ruggeri e Mario Guarino; “Il Venditore. Storia di Silvio Berlusconi e della Fininvest”, di Giuseppe Fiori; “Il Cavaliere nero”, di Paolo Biondani e Carlo Porcedda; “L’odore dei soldi”, di Elio Veltri e Marco Travaglio; inchieste di Max Parisi pubblicate su La Padania; siti del Ministero dell’Interno; verbali delle commissioni parlamentari; i verbali delle varie interrogazioni nelle inchieste della magistratura pubblicati da La Repubblica, L’Espresso, Il Corriere, il Sole 24 ore, La Stampa, L’Unità, Il Giornale, Libero, Il Fatto Quotidiano, Libertà e Giustizia, Rainew24, Diario, Mondodisotto, Altrestorie, Mercantedivenezia, Il Barbiere della Sera, Utenti.lycos, Fisicamente, Dagospia, Societàcivile, Unoenessuno, Politicaonline, Primadinoi, Affari Italiani, Macchianera, Truffeallostatoitaliano.

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