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SI MUORE ANCORA SUL LAVORO

Si muore ancora sul lavoro.

EVENTIARMONICI.COM

Le recenti morti di lavoratori a Milano e in provincia di Brescia hanno riacceso i riflettori sul tema della sicurezza negli ambienti di lavoro, il solito fuoco di paglia che, evaporate le ore in cui la commozione è più elevata, si spegne, lasciando cadere l’argomento nel cassetto dei ricordi.

di Pasquale Di Matteo

Purtroppo, in Italia si muore a causa della mancanza di sicurezza sul lavoro e si muore ancora troppo.

I dati relativi al 2017 ci raccontano di una situazione in peggioramento, visto che sono aumentati sia i casi di morte sul lavoro, sia le denunce di infortunio rispetto all’anno precedente, come rilanciato da quasi tutti i media durante le scorse settimane.

Sebbene in Italia vi siano norme per la sicurezza e l’incolumità dei lavoratori molto stringenti, gli infortuni e le morti si verificano ancora in numero elevato.

Peché?

Perché, di fatto, nel nostro Paese è impossibile dare luogo a controlli seri ed efficaci per stanare le imprese furbette, a discapito dei lavoratori e di tutte quelle imprese che, invece, investono molto per rispettare le norme e, se possibile, per rendere ancora più sicuri di quanto previsto dalla legge i luoghi di lavoro.

In primo luogo, non può esservi una reale efficacia nella gestione del rispetto delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro se questa viene affidata a privati, per i quali l’azienda è un cliente.

Questo non è affatto un aspetto secondario, perché un cliente va sempre soddisfatto e, quando si tratta di fargli rispettare delle norme non gradite, la cosa può diventare un problema.

Questi professionisti, essendo fornitori di una prestazione, sanno benissimo che, nel momento in cui dovessero risultare troppo fiscali e oppressivi, il datore di lavoro si rivolgerebbe ad altri soggetti, più propensi ad ascoltare le sue esigenze.

Tali fornitori sono anche quelli che compilano ogni sorta di registro, verbale o documento in seguito ad eventuali verifiche periodiche previste dalle leggi: dal controllo dei fumi a quello dei decibel, fino all’effettivo utilizzo dei dispositivi di protezione individuali.

Tali figure, dovrebbero anche indicare al cliente tutti quegli accorgimenti da prendere per essere a norma, segnalando e pretendendo la rimozione di ogni impedimento di quanto previsto dalle leggi in materia.

Tuttavia, le cose funzionano così solo sulla carta.

Per esperienza personale, quindi diretta, ho lavorato in un’azienda meccanica in cui il datore di lavoro pretendeva di non utilizzare i guanti, movimentando flange di acciaio inox che presentavano bava in corrispondenza di fori e fresature, perché non voleva macchiare i pezzi. In altre occasioni, lo stesso personaggio sosteneva che lavorando senza guanti si aveva una manualità che permetteva maggiore rapidità.

In altra azienda, invece, mi è capitato che l’incaricato deputato al controllo del rispetto delle norme sulla sicurezza del lavoro, un professionista esterno del settore, in occasione di un controllo del livello acustico, abbia avuto uno scontro di opinioni con il sottoscritto: mentre si prodigava nel suo controllo, gli facevo notare che il suo lavoro non sarebbe servito comunque a niente anche nel caso in cui avesse riscontrato delle anomalie, perché a mezzo metro da lui c’era una macchina a taglio laser che stava lavorando con il portellone aperto, mentre egli neppure si era posto il problema del perché non fosse ferma, come da normativa.

Parliamo di un macchinario con un campo di lavoro di tre metri e mezzo per due, da cui si sprigionavano i fumi della lavorazione in atto, assolutamente impossibile da non notare.

Quando alle rimostranze del professionista della sicurezza ho semplicemente chiesto di far notare al datore di lavoro che la macchina andava immediatamente spenta e fatta ripartire solo dopo aver chiuso il portellone, secondo normativa, quello si è allontanato senza neppure rispondermi; il laser, ovviamente, ha continuato a lavorare con il portellone aperto, come sempre.

Perché?

Perché l’apertura e la chiusura di un portellone necessita di circa 5 secondi ogni volta e un mantra che nelle aziende si sente ripetere in continuazione chi nelle stesse ci lavora, e non certo i politici che ci trascorrono qualche oretta in occasione delle campagne elettorali, è che il tempo è denaro.

Chiunque lavora su una macchina a controllo numerico sa che in moltissime aziende vengono bypassate le sicurezze, che altrimenti impedirebbero al macchinario di funzionare con porte o portelloni aperti.

Infatti, tutte le macchine utensili, per poter essere commercializzate, devono rispettare alcune norme sulla sicurezza, tra cui quella di fermarsi e/o non partire con le porte aperte, proprio per salvaguardare l’operatore.

Se quel professionista avesse protestato con il datore di lavoro, d’altronde, quest’ultimo avrebbe stipulato un contratto di collaborazione con altro incaricato meno zelante e avrebbe sparso la voce della troppa fiscalità del professionista in questione, minandogli il mercato.

Altro motivo per il quale in Italia le norme sulla sicurezza del lavoro non funzionano è che, a differenza di quanto avveniva qualche decennio fa, negli ultimi anni, le aziende hanno utilizzato lo strumento del superminimo per aumentare la paga oraria a quei lavoratori che risultavano più scrupolosi nel chiedere il rispetto dei contratti e delle norme sulla sicurezza del lavoro.

Così facendo, hanno di fatto trovato il sistema per silenziare i più informati e i più coraggiosi, quelle stesse figure a cui spesso gli altri operai si rivolgono per chiedere consulti in merito a qualche presunta anomalia contrattuale, rendendoli più mansueti nei confronti dei datori di lavoro, disinnescando così qualunque azione da parte delle dipendenze sul nascere, con i sindacati ormai mere estroflessioni delle diverse aree politiche.

Inoltre, denunciare all’ASL di zona le anomalie che si riscontrano dove si lavora non è facile, perché bisogna avere dei testimoni, e oggigiorno è difficilissimo (se non impossibile) trovare colleghi che abbiano il coraggio di esporsi, rischiando il posto, soprattutto perché, come appena affermato, i più coraggiosi vengono ingolositi da paghe più elevate.

Anzi, è più facile essere isolati dagli altri lavoratori quando si toccano certi temi.

Infine, se è vero che gli ispettori dell’ASL possono uscire in qualunque momento per effettuare controlli a campione, (cosa più unica che rara), solitamente si tratta di valutazioni che non vanno mai oltre le verifiche della documentazione prevista, ovviamente sempre puntuale e rispettosa delle norme poiché compilata da professionisti, che sono gli stessi che “gestiscono” i dati dei controlli, realmente effettuati o solo sulla carta.

Ma si sa che sulla carta si può scrivere tutto e il contrario di tutto.

Come cambiare le cose, allora?

Innanzitutto, la legge sulla sicurezza del lavoro dovrebbe prevedere un controllo annuale, ma rigorosamente casuale e improvviso, degli ispettori dell’ASL in ogni azienda, con obbligatorio colloquio a porte chiuse con ciascun dipendente. In tali sedi, inoltre, dovrebbero essere controllate immediatamente, appena messo piede nei capannoni, tutti i macchinari, senza dare l’opportunità agli operatori di riapplicare i dispositivi di sicurezza smontati.

Sarebbe altresì opportuno effettuare misurazioni a campione dei decibel, dei fumi, della presenza di tutti i mezzi e di tutte le disposizioni previste in materia, per opera di funzionari delle Regioni, sempre con controlli improvvisi, in modo da comparare i dati compilati dagli incaricati dell’azienda, prevedendo sanzioni molto elevate per quei professionisti del settore che venissero colti con dati falsificati a favore del cliente.

Poi, bisognerebbe valutare non tanto un pacchetto di sanzioni a carico dei datori di lavoro inadempienti, ma dei premi di elevata consistenza per tutti quei lavoratori che dovessero fornire prove reali di misfatti, nonché delle agevolazioni a favore delle imprese che dovessero risultare all’avanguardia sul tema, andando oltre quanto richiesto dalla legge.

In conclusione, per attuare una seria azione in materia di sicurezza del lavoro è necessario capire che non si può affidare alla sola politica e ai soli professionisti del settore la ricerca di soluzioni, perché è necessario il contributo dei lavoratori operai, di chi, a differenza dei politici e dei professionisti di normative, che difficilmente hanno mai lavorato in produzione per qualche tempo, conosce il lavoro e ne può intuire efficacemente tutte le problematiche legate al tema in oggetto.

Inoltre, si tratta di quelli che rischiano spesso la vita e si trovano ad aumentare le percentuali dei grafici sulla mortalità e sugli infortuni del lavoro, perciò avere voce in capitolo sarebbe un diritto lecito, così come dovrebbe essere un diritto pretendere che le esigenze delle persone venissero prima di quelle per i profitti, anche per rispetto nei confronti di quei datori di lavoro che investono denaro ed energie per garantire l’attuazione di quanto previsto dalle norme.

Però, se è facile trovare imprenditori in Parlamento, non capita tutti i giorni di imbattersi in un operaio, così come è probabile che un imprenditore onesto sul rispetto delle norme sulla sicurezza del lavoro lo sia anche in altri ambiti morali e viceversa.

E questo, forse, è il motivo principale per cui in Italia si muore e si continuerà a morire troppo sul lavoro.

Generalmente, si preferisce non addentrarsi in tali problematiche, preferendo perdere tempo con le statistiche, le dinamiche degli incidenti e con la storiografia.

Tutto, pur di non affrontare la realtà.

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