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LA FESTA DELLA DONNA

La festa della donna

Come ogni anno, l’8 marzo si celebra la festa internazionale della donna, tra mimose, spogliarelli e auguri posti da chi, per i restanti 364 giorni, parla ancora di posto a tavola per il capofamiglia.

di Pasquale Di Matteo

8 marzo.

Una festa che ogni anno si ripropone nelle sue declinazioni più inutili e offensive nei confronti di quelle stesse donne che, invece, dovrebbe festeggiare, tra spogliarelli, fiumi di alcool, musica a tutto volume in discoteca, tacchi alti e minigonne, il tutto condito dal profumo neanche troppo delicato di quintali di fiori di mimosa, la pianta scelta per l’occasione dall’Unione Donne Italiane nel 1946.

Una ricorrenza il cui svilito spessore culturale viene drammaticamente sviscerato quando si chiede alle stesse festeggiate il motivo della festa, scoprendo che, tra falsi storici e miti, tutto si riduce a cene, discoteche e agli auguri di molti uomini che il resto dell’anno dimostrano di avere un’idea della donna di stampo maschilista.

Che senso ha festeggiare la donna l’8 marzo, quando il resto dell’anno, in molte realtà lavorative, i loro stipendi restano più bassi rispetto a quelli dei colleghi maschi?

Che senso ha la festa della donna, se ogni giorno c’è un avvocato pronto a giudicare come provocatrice una ragazza stuprata che indossava una minigonna o dei jeans troppo attillati?

Che senso ha voler rispettare la donna l’8 marzo, quando il resto dell’anno chi decide di abortire viene costretta a sopportare la pressione psicologica di medici obiettori?

Che senso ha ricordarsi della donna un giorno solo, se poi il resto dell’anno, nella gran parte delle case, esiste il posto del capofamiglia, ovviamente riservato all’uomo, nonostante la figura del “capofamiglia” sia stata abrogata con la Riforma del diritto di famiglia, oltre quarant’anni fa?

Non ci sarà una vera festa della donna fino a quando la società non smetterà di essere profondamente maschilista, fino a quando le compagne di vita non verranno semplicemente relegate al ruolo di amanti, cameriere, cuoche, educatrici e di incubatrici, la cui massima aspirazione può essere quella di donare i punti della patente che non si usa, dichiarando il falso alle autorità, per preservare la possibilità di guidare a mariti sempre troppo assillati dalla fretta, a cui non si può negare il posto al lato più corto del tavolo.

Quale festa della donna, allora? Come renderla autentica?

Innanzitutto, è fondamentale l’educazione alla storia, perché se non si conoscono i motivi fondativi di questa ricorrenza, motivi politici e di diritti sociali, la festa della donna continuerà a essere la festa delle osterie, dei fiorai e degli uomini sempre a caccia.

Da dove nasce, quindi, la festa della donna?

CENNI SULLE CONQUISTE DEL MOVIMENTO FEMMINISTA.

Fino alla fine del 1700, i soli ruoli riconosciuti alle donne erano: “virgo, vidua et mater”, ovvero, vergine, vedova e madre.

Fu solo con la Rivoluzione Francese che presero vita le prime avvisaglie di un movimento femminista, ispirate proprio dalle richieste rivoluzionarie di uguaglianza, fraternità e libertà, portate avanti da Olympe de Gouges, autrice della “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”, con la quale la paladina dei diritti civili delle donne francesi sperò di coinvolgere Maria Antonietta nelle sue battaglie, prima di essere ghigliottinata nel 1793, principalmente per essersi scagliata contro la presunta volontà di Robespierre e Marat di trasformare la Francia in una dittatura.

Dopo l’esecuzione, il procuratore della Comune di Parigi,  Pierre-Gaspard Chaumette, manifestò compiacimento per la condanna a morte, che definì meritata, perché la donna aveva “dimenticato le virtù che convenivano al suo sesso”.

Tuttavia, la nascita ufficiale del movimento femminista è del 1848, anno in cui si tenne lo storico Congresso sui diritti delle donne, presso Seneca Falls (New York), nel quale si affermò la richiesta di cittadinanza politica per i neri e per le donne.

Protagoniste del congresso furono le attiviste Elisabeth Cady Stanton e Susan B. Anthony, da più parti definita la “Napoleone del movimento delle donne”.

Per comprendere l’importanza storica di questo congresso basta ricordare che si tenne in un’epoca in cui i gli studiosi più accreditati al mondo, come il patologo Rudolph Wagner, o l’antropologo Gustave Le Bon, si dicevano convinti del fatto che i cervelli delle donne e degli Africani fossero meno sviluppati di quello dei maschi di razza bianca.

In Italia, le prime a ribellarsi, in nome di una società più giusta, furono la mazziniana Anna Maria Mozzoni, la cattolica Teresa Labriola e la socialista Anna Kuliscioff, quest’ultima ispiratrice della legge per la tutela del lavoro femminile e dei minori n. 242 del 19 giugno 1902, nonché del diritto di voto alla donna.

La Mozzoni, invece, attraverso i suoi articoli di giornalista, mise in luce le contraddizioni della società del suo tempo, che riservava alla donna il ruolo di angelo del focolare, per poi essere sfruttata, sottopagata e, di fatto, disprezzata.

Negli anni di attivismo, la Mozzoni avanzò 198 richieste, fantascientifiche per quei tempi, tra le quali il diritto di voto, l’accesso all’istruzione e la separazione dei beni, riuscendo a ottenere solo l’abrogazione dell’autorizzazione maritale, che, tra le altre cose, impediva alle donne di iniziare un’attività commerciale senza consenso del marito.

Una vittoria risicata, ma che gettò le basi per l’indipendenza economica della donna.

Nel 1874 alle donne fu permesso per la prima volta di iscriversi al Ginnasio, al Liceo e all’Università; negli anni a venire, si verificarono lo sciopero delle mondine, la nascita dei sindacati (il primo fu quello delle lavoratrici tessili, nel 1889), l’accesso agli uffici pubblici, telegrafici e postali, e le prime attività commerciali al femminile.

Tuttavia, petizioni e disegni di legge per il diritto al voto delle donne furono sempre respinti, nel 1863, nel 1875, nel 1877, nel 1888 e nel 1898, persino quando, nel 1912, il liberale Giovanni Giolitti introdusse il suffragio universale maschile, ma escluse il gentil sesso, nella convinzione che aggiungere sei milioni di donne all’elettorato fosse un salto nel buio, come disse alla Camera.

Il Fascismo concesse il voto alle donne nel 1925, senza mai darne, tuttavia, reale attuazione, perché, con la riforma del 1928, furono soppresse le elezioni e successivamente fu instaurata, di fatto, la dittatura, con la cancellazione di molti diritti di tutti i cittadini.

Durante il Ventennio, le insegnanti donne furono escluse dalle cattedre di Lettere e filosofia e dai licei, così come le tasse scolastiche per le studentesse raddoppiarono.

Con il regio decreto 838 del 29 luglio 1939, si stabilirono addirittura per legge  professioni spiccatamente femminili, come le dattilografe, le telefoniste, le stenografe, le conta banconote, le bigliettaie, le segretarie, le annunciatrici, le cassiere, le commesse e le sarte.

Nel mondo, invece, il voto alle donne era una realtà consolidata in diversi Paesi, come la Svezia, dal 1866, la Nuova Zelanda, dal 1893, l’Australia, dal 1899, la Finlandia, dal 1906, l’Inghilterra, dal 1918, gli Stati Uniti d’America, dal 1920.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, il ruolo delle donne italiane fu fondamentale per sostituire nelle fabbriche e nei campi gli uomini impegnati al fronte e il gentil sesso si fece valere anche tra le fila della resistenza.

Gli esponenti del Partito Comunista e della Democrazia Cristiana si resero conto del fatto che la società non viaggiasse su una monorotaia maschile, perciò, sebbene in ritardo rispetto ad altri Paesi, con il decreto legislativo del febbraio 1945, le donne italiane conquistarono il diritto di voto, partecipando al Referendum del 2 giugno 1946, per scegliere tra Monarchia e Repubblica.

La Costituzione repubblicana del 1948 stabilì, inoltre, l’uguaglianza dei cittadini, senza distinzione di sesso (art. 3), la parità dei coniugi rispetto ai figli (art. 29 e 39) e la parità di genere sul lavoro (art. 51).

Il Referendum del 12 maggio 1974 confermò la legge sul divorzio del 1970; nel 1975, la riforma del diritto di famiglia cancellò la figura arcaica del capofamiglia e le attenuanti previste per il delitto d’onore; nel 1978, la legge 194 estese tutele e diritti per le donne in merito alla maternità e al diritto di aborto, legge anch’essa confermata da un Referendum, il 5 agosto 1981.

PERCHE’ LA FESTA DELLA DONNA PROPRIO L’8 MARZO

Nell’agosto del 1907, si tenne il VII Congresso della II Internazionale socialista, a Stoccarda, in cui fu votata una risoluzione con la quale i partiti socialisti si impegnavano per l’approvazione del suffragio universale delle donne, ma con la decisione di non allearsi alle femministe borghesi, che lottavano per lo stesso risultato.

Tuttavia, la socialista statunitense, Corinne Brown, scrisse sulla rivista The Socialist Woman che il congresso non aveva alcun diritto di indicare alle donne come difendere i loro diritti e che il divieto di alleanza con le femministe borghesi era sostanzialmente un abuso nei confronti del mondo femminile.

L’ultima domenica di febbraio, nel 1909, si tenne il primo Woman Day, negli Stati Uniti, in cui furono discussi i soprusi subiti dalle donne, soprattutto in ambito lavorativo.

Tale manifestazione in favore delle donne si tenne successivamente anche in molti altri Paesi del mondo, sebbene con date differenti.

L’8 marzo 1917, le donne russe guidarono una grande manifestazione in favore della conclusione della Prima Guerra mondiale, dando il via alla rivoluzione che spodestò lo Zar.

Il 14 giugno 1921, la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste stabilì che l’8 marzo di ogni anno si sarebbe tenuta la “Giornata internazionale dell’operaia”.

Tuttavia, dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, la divisione del mondo occidentale in due blocchi, fece sì che venisse minimizzato il connotato fortemente politico e ideologico della giornata dell’8 marzo e della forza delle donne comuniste, fino a snaturarlo attraverso fantasiose versioni, secondo le quali la festa della donna ricorreva ogni anno in ricordo di centinaia di operarie morte in un fantomatico rogo dell’inesistente fabbrica denominata Cottons, che sarebbe avvenuto l’8 marzo del 1908 a New York.

Pura fantasia.

In realtà, si faceva confusione con una tragedia verificatasi per davvero il 25 marzo 1911, in cui persero la vita 123 operaie e 23 colleghi maschi, arsi vivi nell’incendio che distrusse l’azienda Triangle, ma che fu associato al giorno dedicato alle operaie solo successivamente, cioè solo dopo che le donne comuniste, soprattutto russe, ne decretarono la nascita, dieci anni più tardi.

La cosa esilarante, che dimostra quanto gli stereotipi siano duri a morire quando si gioca nel campo della politica, è che molti studiosi e persino alcuni sindacalisti riconducono erroneamente l’8 marzo al rogo della Triangle o, peggio, a quello della fantasiosa Cottons.

Il 16 dicembre 1977, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite propose a ogni Paese di dichiarare, per legge, ogni anno la Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle donne e per la pace internazionale.

Fu scelto l’8 marzo proprio in virtù del fatto che in molte nazioni si festeggiava già la Giornata dell’operaia, quindi proprio grazie alle Comuniste.

COME FESTEGGIARE LA DONNA OGGI

Dunque, la festa della donna è una ricorrenza in cui il ruolo delle battaglie di milioni di donne nel mondo, soprattutto delle comuniste, è stato fondamentale.

Donne che sono state uccise per le loro idee e donne che sono morte per gli abusi subiti, sul lavoro, in famiglia, e per colpa delle storture della società.

Tuttavia, ancora oggi le donne sono considerate dall’uomo su un piano inferiore, come si può notare osservando le curve sinuose che ondeggiano sui cartelloni pubblicitari, e il cui rispetto è spesso limitato alle scosciate e alle scollature di qualche famosa soubrette in televisione.

Fino a quando non si accetterà la storia politica della festa della donna e fino a quando la società di oggi, ancora troppo maschilista, non capirà che la cultura della parità non è oggetto di pensiero, ma realtà di fatto, la festa della donna avrà il gusto alcolico di un aperitivo, il suono assordante di una discoteca, il profumo delle mimose e lo spessore culturale della conquista di una notte, da parte di uomini sempre a caccia.

Perché la festa della donna assuma l’importanza originaria, è necessario, da un lato ricordare le lotte delle donne nella storia, comprese le Comuniste, le troppe vittime del mondo del lavoro e dei soprusi, dall’altro, cambiare la cultura per cui una donna al lavoro è un soggetto di seconda fascia, per cui in famiglia non si parlerà mai di capafamiglia, e, ancora, per cui nella società è ridotta al ruolo di oggetto di libidine e di incubatrice.

Una cultura per la quale le stesse grandi religioni dovrebbero essere ridimensionate, perché non ha senso festeggiare la donna l’8 marzo, quando le donne islamiche vivono ancora un medioevo culturale.

Non ha senso spendere belle parole per la festa della donna, quando si è a capo della Chiesa, quella stessa chiesa in cui nessuna donna può officiare messa, guidare una parrocchia, né scalare i vertici della stessa.

Non ha nemmeno senso parlare di festa della donna dal pulpito della politica, quando non si affrontano i disagi prodotti dalle ultime riforme della Sanità e del welfare, scaricati quasi per intero sulle spalle delle donne, figlie, mogli, madri e lavoratrici, e quando non si attuano politiche a favore e a tutela del mondo femminile, in merito a gravidanza, asili e aiuti economici per gli studi.

Perciò, cancelliamo la festa della donna e sostituiamola con comportamenti nei confronti delle donne analoghi a quelli riservati agli uomini, in ogni aspetto sociale e culturale, in ogni ambito lavorativo e familiare.

Allora, non ci sarà più bisogno di porgere gli auguri in un giorno speciale, come l’8 marzo, ma sarà la festa della donna, la festa dell’uomo, la festa dell’umanità e dei diritti tutto l’anno.

Leggi anche Perché il Festival della Canzone italiana a Sanremo e i nostri articoli nella Pagina Mistery, sull’11 settembre, sull’omicidio di Lady D e sul caso Rudolf Hess.

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