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LA DISFATTA DEL PARTITO DEMOCRATICO

La disfatta del Partito Democratico

Le elezioni del 4 marzo, che hanno visto per la prima volta Matteo Renzi alla prova delle Politiche, hanno bocciato quello che era il primo partito in Italia, rispedendo al mittente l’arroganza e l’affarismo mediatico del Renzismo.

di Pasquale Di Matteo

Quando il Partito Democratico appoggiò il governo Monti, fui tra i primi a sostenere che il PD si stesse scavando la fossa da solo, voltando le spalle a quelli che erano i motivi fondativi del suo esistere.

Fui anche tra i primi a ritenere che Bersani non avrebbe mai avuto i numeri per governare, perché nel 2013 avrebbero vinto i 5Stelle; il PD arrivò davanti al Movimento di Grillo per un soffio, ma i milioni di voti dati all’ex comico conclusero prima delle luci dell’alba la stagione politica di Pierluigi Bersani.

Dopo il governo di Enrico Letta, non in linea con il vento del nord e del resto d’Europa, che soffocava i diritti e danzava sulle note del turbo capitalismo, soddisfacendo ogni capriccio delle grandi multinazionali, ecco che si affacciò prepotentemente Matteo Renzi, il classico manager figlio di papà, dotato di un’affabulazione da venditore porta a porta e di una faccia tosta da chi sa dare del tu ai guai.

Ma per il Partito Democratico, quello che al resto degli Italiani appariva come una copia mal riuscita di Silvio Berlusconi sembrò, invece, l’uomo giusto al momento più propizio, per traghettare il partito verso il futuro, trasformando quello che un tempo era il movimento dei lavoratori e delle classi più deboli del Paese in una macchina da governo.

Nessuno del PD fece caso al fatto che ogni suo discorso fosse un misto di egocentrismo, arroganza e promesse puntualmente non mantenute (restò famoso il… “Enrico, stai sereno”), se non i vecchi pezzi di storia del partito, quelli che Renzi voleva rottamare e che, quindi, risultavano dissonanti solo per astio nei confronti del ducetto di Firenze.

Fu così che, alle elezioni europee del 2014, in un’Italia in cui il partito dell’astensione vinse nettamente, Renzi sbandierò il suo 40% di preferenze come l’investitura che aspettava per radere al suolo ciò che restava di buono nel partito.

Sotto la sua guida, i governi appoggiati dal Partito Democratico hanno avviato quel processo di rottamazione dei vecchi interlocutori, mentre si stringevano accordi dal profumo di Destra con i Marchionne e si declinavano nei provvedimenti tutti i capricci di Confindustria.

Ma cosa resta della stagione di Matteo Renzi, se non una serie di bocciature e di promesse non mantenute?

Il suo avvento è stato favorito dal premio di maggioranza ottenuto in virtù di una legge giudicata incostituzionale dalla Consulta.

Tutto il suo processo di riforme è stato rispedito al mittente con il netto NO del Referendum, sebbene si fosse speso personalmente, sbandierando da bullo di quartiere quel “Io non sono come gli altri, … Non sono attaccato alla poltrona… Se perdo, non solo vado a casa, ma smetto di fare politica!”, ennesima promessa puntualmente disattesa, a dimostrazione del proprio misero spessore di uomo, prima ancora che di politico.

Le elezioni del 4 marzo hanno lasciato al PD il peggior risultato della Storia della Sinistra italiana, con una bocciatura che non ammette repliche, né giustificazioni.

E proprio qui sta il problema: Renzi non rappresenta la Sinistra, ma è l’espressione più becera del liberismo delle Destre, più di un Salvini e persino più di un Berlusconi ormai avviato al tramonto.

D’altro canto, bastava ragionare sulla matematica, già alle Europee, per capire che il PD aveva il consenso di meno di un Italiano su 4: allora votarono solo il 57% degli aventi diritto e, tra i votanti, il PD prese poco più del 40%, ma questo dato, rapportato a tutti gli aventi diritto, non raggiungeva il 24% dei consensi, che era peggio di quanto racimolato dal partito alle Politiche di un anno prima.

A porre l’attenzione su questo aspetto, si veniva derisi dagli Orfini di turno, travolti dall’arroganza del Renzismo, in cui, come i più capaci venditori di fumo, è necessario smorzare sul nascere ogni forma di dissidenza e di critica, spostando sempre l’attenzione sugli aspetti positivi.

Si faceva spallucce e si sbandierava un comico “pazienza, affari loro”, pensando a chi non andava a votare, sempre nutriti a pane e presunzione, certi che nessun altro soggetto politico potesse intercettare gli umori di quelli abbandonati dal PD.

E quel 40% era roboante per chi è abituato a fermarsi ai titoli.

Peccato che fosse già l’anticamera del disastro per chi ama anche leggere gli articoli per intero.

Il 4 marzo, purtroppo per il PD e per la brancaleonosa squadra formata dal Renzismo, tutti sono tornati nel mondo reale, dove gli Italiani hanno confermato ciò che sostenevano quelli come me, peggiorando nettamente il quadro della situazione, prendendo a calci i ministri “più migliori”, il governo del Jobs Act e la politica affaristica della Boschi blindata a Bolzano pur di non abbandonare la poltrona, una che, come Renzi, prometteva di andarsene con un NO al Referendum.

Il PD, d’altronde, dall’era Monti in poi, ha perso circa 6 milioni di voti proprio tra quelle fasce più deboli del Paese abbandonate da quello che un tempo era il loro partito di riferimento, mentre i nuovi interlocutori hanno preferito votare per chi storicamente ha sempre appoggiato i loro interessi e non si è scoperto di Destra solo per cavalcare l’orgoglio personale, come il dimissionario Matteo Renzi.

E la drammaticità di questo distacco è stata palesemente confermata dalla faccia di Matteo Orfini durante la conferenza stampa con la quale l’ex ministro Martina ammetteva la netta sconfitta.

Orfini sembrava un condannato a morte, quasi fosse stato catapultato da un’altra dimensione, dal mondo dei sogni renziani a quello della più triste verità, segno evidente che fosse ancora convinto che gli Italiani votassero PD perché i loro governi hanno fatto bene.

Beh, gli Italiani hanno bocciato senza ombra di dubbio l’operato di quei governi, per i quali cercare una misera difesa non fa che peggiorare la situazione, confermando l’incapacità di analisi e di autocritica, nonché il totale distacco dalla realtà.

Gli Italiani hanno bocciato l’idea stessa della politica renziana di dare sfogo ai capricci delle Destre per gonfiare il bacino d’utenza del PD, non più partito di Sinistra, ma partito di governo, di attaccarsi alle poltrone scappando anche a Bolzano, se necessario.

Dopo l’inequivocabile bocciatura, Matteo Renzi aveva l’occasione di farsi da parte e di ammettere il fallimento totale di tutto il suo lavoro, uscendo dalla porta di servizio con un briciolo di dignità, invece ha preferito continuare a mostrare la sua becera inconsistenza politica, arroccandosi proprio su quei punti che hanno causato prima di altri il ridimensionamento del Partito Democratico a forza di terza fascia, ovvero l’arroganza e la stupidità.

Che senso ha annunciare delle dimissioni a tempo da definirsi, in un momento in cui il partito avrebbe bisogno di una guida certa e, finalmente, capace non solo di creare qualche hashtag sui Social?

Con quale pretesa si dettano le linee politiche per la formazione del nuovo governo quando si è dimissionari perché causa principale della disfatta di un partito?

E quale influenza può pensare di avere sui gruppi parlamentari del PD il Segretario, su quei gruppi ridotti per colpa sua a compagnie da domenica pomeriggio al pub, quando tutti sanno che è un morto a cui manca solo l’ora del decesso?

E dove sono il rispetto degli altri, l’amore nei confronti del partito e l’idea della Democrazia?

Non ci sono. Ancora una volta, Matteo Renzi ha dimostrato inequivocabilmente che il suo unico interesse è Matteo Renzi.

La disfatta del Partito Democratico, come abbiamo visto, parte da lontano, soprattutto dal fatto di essere stato guidato da una nuova classe dirigente di venditori di fumo da Social, disattenti, inadatti a comprendere le dinamiche sociali e sordi a ogni tentativo di contraddittorio, appoggiati da membri del partito che non hanno mai sentito neppure la consistenza del grasso tra le mani e che difficilmente hanno mai lavorato 9/10 ore al giorno in piedi, in un ambiente malsano di una fabbrica, con il fiato sul collo di chi antepone i ritmi della produzione alle esigenze delle persone.

Convinti, invece, che il mondo del lavoro fosse quello del Jobs Act, quello da fumetto del loro nuovo eroe, Renzi, tutti in giacca e cravatta in officine con il pavimento verniciato, in cui i datori di lavoro sono tutti amici con le braccia aperte.

Il 4 marzo ha sfatato anche quel mito.

E questo aspetto non riguarda solo la segreteria nazionale, perché la superficialità del Renzismo ha estroflesso le metastasi persino nei piccoli circoli delle città di periferia, trasformando il partito dei più deboli nella casa di ex democristiani e di giovani rampanti per i quali ogni balla di Renzi è Vangelo e gli elettori discordanti sono popolino ignorante. 

Peccato che questi giovani rampanti non siano in grado neppure di capire che quel popolino ignorante votava PD fino a pochi anni fa.

Il problema è che ora c’è un Parlamento in cui gli interessi che un tempo erano garantiti dalla Sinistra sono nelle mani del Movimento 5 Stelle.

Io mi auguro che i pentastellati possano garantirli al meglio, dimostrandosi all’altezza della fiducia accordata, ma se fallissero, c’è un assoluto bisogno di un partito di Sinistra forte, capace di intercettare quei bisogni che il Renzismo ha fatto finta non esistessero più, per dare un senso alla scellerata politica che stava promuovendo.

Se il PD sarà capace di silenziare i Renziani, chiudendo nel cassetto dei tristi ricordi gli ultimi anni, tornando ad ascoltare la gente al mercato rionale, senza lasciare sola la Meloni, tornando nelle fabbriche, in mezzo agli operai, senza lasciare solo Di Battista, dando credito a chi ha paura, senza ritenerlo gratuitamente un ignorante, lasciandolo in balia di un Salvini qualunque, allora il PD può avere un futuro.

Se, al contrario, il Renzismo troverà ancora un modo per prevalere e questa sconfitta venisse catalogata come quegli eventi inspiegabili che spesso accadono, o come dimostrazione che il popolo è ignorante, allora credo che il 19% scarso di queste Politiche resterà il peggior risultato di sempre ancora per poco.

Del resto, come ama dire Renzi, andiamo avanti.

La fine è ormai vicina.

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