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CHI PUO’ DIRE DOVE SOFFIERA’ IL VENTO?

Chi può dire dove soffierà il vento?

Chi può dire dove soffierà il vento?” è un racconto fantastico, un viaggio introspettivo di un uomo di successo, il quale, tra dubbi e riflessioni, scoprirà come le sue certezze siano più effimere di quanto pensi.

by Pasquale Di Matteo

Guardo l’orologio.

Sono in anticipo di un quarto d’ora, come sempre. La puntualità è indice di competenza, di sicurezza, di capacità; un solo ritardo e sei un mediocre.

Questo mondo, il mio mondo, non è fatto per i ritardatari, per chi pensa “ma sì, per una volta…”.

Il mio mondo è fatto per gente che ha fame e se non hai più fame degli altri, prima o poi verrai fagocitato da qualcuno che ne ha più di te.

E’ giusto così.

Si chiama selezione naturale.

Mentre mi dirigo all’ingresso del grattacielo, dove ho un incontro con un cliente, per discutere un affare, noto un uomo seduto su un marciapiedi, ai margini della strada, con la testa china, tipica di chi è travolto dal peso dei propri sbagli.

Non mi colpisce il suo aspetto da senzatetto.

E’ un essere inutile come tanti altri e, di solito, non mi spaventano mai i falliti.

Tuttavia, quello se ne sta seduto tra due grossi scatoloni zeppi di libri, in tal numero da creare due voluminose montagne oltre il limite delle scatole.

L’uomo li tiene coperti con del cellofan, forse per evitare che si bagnino, e questa situazione mi incuriosisce: un senzatetto che legge quando si è visto mai? E poi, sarebbe senza dubbio preferibile avere di che nutrire lo stomaco.

Ha un cappello rovesciato a mezzo metro da sé, nella solita attesa dei falliti, che aspettano da chi produce qualche spicciolo per poter nutrire la propria nullità sociale.

Mi avvicino per lasciargli una moneta, cosa che non faccio mai, spinto da uno strano impulso che mi indirizza verso l’uomo, un’energia opprimente e fastidiosa, quanto carica di curiosità.

Una situazione grottesca: io, uomo di successo, fattosi da sé, che mi avvicino a un pezzente, a uno che non ha avuto la forza di far fronte alle sventure della vita, che tutti, ma proprio tutti, incontriamo lungo il cammino.

Allungo la mano per depositare una moneta da un euro nel consunto cappello dell’uomo, quando quello mi dice: « Tieniteli pure i tuoi luridi soldi! ».

Lì per lì, resto interdetto, colpito da quella frase, perché fuori luogo, fuori dal contesto, fuori da ogni logica; l’uomo dovrebbe avere bisogno di soldi, anche dei miei soldi, eppure li definisce luridi.

Ma, come si permette?

Rientrato in me, chiedo: « Scusi? ».

« Non fare finta di non aver capito. Hai capito benissimo: tieniteli pure i tuoi luridi soldi! ».

Sottolinea con un velo di disprezzo il termine luridi, poi disegna un sorriso asciutto sul volto.

« Ma come si permette?! Io, a differenza di lei, sto lavorando! Me li sudo i miei soldi, non chiedo l’elemosina. ».

Mi verrebbe voglia di prenderlo a schiaffi, vorrei che fosse un mio dipendente, così potrei esercitare la mia autorità, sfogando la rabbia, lasciandolo a casa, razza di rammollito.

Viviamo in una strana società oggigiorno. Mentre molti si adoperano ore ed ore per lavorare, per migliorare la vita degli uomini creando ricchezza, altri appassiscono agli angoli delle strade, parassiti che non fanno altro se non intralciare gli sforzi degli uomini di buona volontà.

Bisognerebbe raccattare costoro e buttarli fuori dalla città, anche solo per evitare che i cuori dei più deboli di spirito si facciano tediare da questi abili mistificatori, capaci di impietosire con le loro lagnanze come bravi attori di teatro.

La stessa politica non dovrebbe farsi carico di questi falliti. Nella vita nessuno ti regala niente e c’è chi va avanti con le proprie forze, mentre questi personaggi attendono l’intervento dello Stato e, alla fine, è chi produce a dover far fronte alla situazione.

Mentre trattengo a stento l’ira, l’uomo solleva il capo e mi sfida, mentre io, basito, non posso far altro se non restare in completa balia di quegli occhi vispi e carichi di collera, quel naso un po’ troppo grande per il viso smunto, i capelli arruffati che mi ricordano giorni lontani.

I miei giorni lontani.

Ma…

Trattengo il respiro, mentre i piedi si aggrappano alla mia ombra per non cadere.

Cosa succede? Sto forse sognando?

Colto alla sprovvista dal rifiuto dei soldi, non avevo colto chi mi stava di fronte.

L’uomo sembra leggere i miei pensieri, perché risponde al mio dialogo interiore dicendo: « Non stai sognando, caro mio, io sono te e tu sei me. ».

Lo dice con un tono di derisione che mi angoscia ancora di più, perché, tra i due, sono io quello che si trova su un piano di eccellenza, mentre lui è solo un senzatetto.

Ma no, non posso essere io! Io sono un uomo di successo e non sarei mai finito ai margini di una strada, con un vestito consumato dai giorni trascorsi all’aperto e da una serie infinita di sbagli.

« Oh, tu credi di essere migliore solo perché indossi un abito firmato, hai un’auto costosissima e una villa grande quanto un campo di calcio? », mi domanda l’uomo con un tono di supponenza che mi raggela l’anima.

La sua voce blocca i miei pensieri e mi costringe ad ascoltarlo e, sebbene mi sforzi per voltarmi e allontanarmi da quell’angosciosa situazione, le mie gambe sembrano calamitate all’asfalto, le mie membra paralizzate da un gelo assoluto, i miei occhi cristallizzati sui miei occhi seduti sul marciapiede.

« Tu, dunque, pensi di essere migliore di me, credi nella superiorità di chi produce e mi ritieni, pertanto, un difetto sociale, solo perché, standomene qui, su questo marciapiede, non produco nulla, non aumento il Pil della nazione e consumo soltanto risorse dello Stato come un parassita, una cellula impazzita che sarebbe meglio eliminare, come una metastasi. D’altro canto, tu hai un pensiero che ben si sposa con il superuomo teorizzato da Nietzsche, la cui teoria mal interpretata, durante i primi anni del secolo scorso, condusse alle dittature dell’uomo forte sui deboli, mentre oggi ha creato dittature del denaro su chi non ne ha, costruendo finti bisogni laddove bisogni non esistevano. Nel primo caso, uomini resi ciechi dall’ignoranza hanno ucciso milioni di altri uomini, convinti di una superiorità razziale che esisteva solo nella loro follia. Nell’era in cui viviamo, invece, le banche private gestiscono l’intero sistema bancario internazionale; la Federal Reserve Bank, la Banca d’Italia e la stragrande maggioranza delle banche centrali non sono altro che istituzioni private che vigilano sulla correttezza dei flussi finanziari compiuti dalle banche private, che, di fatto, controllano se stesse. L’inflazione, le politiche economiche, l’accesso al credito, tutto è determinato dal niente, da pezzi di carta che non valgono nulla, ai quali ci dicono che dobbiamo riconoscere un valore. Sì perché, se fino al 1933 le banche centrali potevano stampare denaro solo garantito dalle riserve auree, oggi si stampa sul nulla, sui capricci degli speculatori e si finanziano le banche in difficoltà con somme esorbitanti che poi non finiscono in circolo, ma servono alle stesse banche per acquistare titoli di debito degli Stati, alimentando i debiti dei cittadini grazie a carta straccia. Dei soli cittadini meno abbienti, perché, se è vero che poi tutti contribuiscono al pagamento del debito tramite imposte e tasse, i ricchi, quelli come te, ottengono forti guadagni da tali operazioni, perché azionisti delle banche stesse. Fascismo e Nazismo diventati finanziari e non più “filosofie paramilitari”. Non c’è differenza tra le due situazioni, poiché entrambe si ergono sulla paura, una paura che svilisce il concetto di umanità, nella quale l’uomo diventa macchina e le macchine che perdono di efficacia devono essere revisionate o, in ultima istanza, sostituite. Una paura che consuma persino i protagonisti di questa società, perché chi fonda tutto sull’avere vive nella paura di perdere tutto. Dove persino guadagnare meno di quanto previsto viene vissuto come un dramma. ».

« Ma… Di cosa parli? », chiedo, tra l’incredulo e il rabbioso. « Chi è questo Nice… E cosa vuoi saperne tu della Federal Reserve e del sistema finanziario internazionale? Hai per caso un’azienda? Muovi grossi flussi di denaro? ».

L’uomo continua, come se neppure avessi fiatato.

« Tu pensi di essere migliore di me, eppure la tua cultura è talmente infinitesimale che la tua mente è impossibilitata a contenere un concetto troppo grande qual è l’uomo. E’ un processo mentale per te impossibile, malgrado ti ritenga superiore e non solo a me, che sono un semplice senzatetto. Tu pensi di essere migliore di tanti perché sostieni di esserti fatto da solo, ma non hai neppure l’onestà intellettuale per intuire che devi tutto a tuo suocero e a tua moglie, altrimenti, saresti ancora un semplice operaio, un mero costo aziendale, parafrasando il tuo pensiero in merito. ».

« Cosa ne sai tu della mia vita? ».

Provo a ribattere, ma il mio tono di voce é basso, intimidito dal mio particolare interlocutore e, per la prima volta da anni, mi sento ansioso in un contraddittorio, sebbene non mi trovi in un vero e proprio scambio di opinioni, perché non sono io a condurre le danze, non sono io quello che si trova in una situazione di dominanza, dove, se le cose si mettono male, non posso fare affidamento sul mio ruolo che mi regala la supremazia sugli altri.

L’uomo deride il fatto che io mi sia fatto da solo, ma è la verità. Come si permette un umile senzatetto di avere da ridire?! Come può non nutrire un senso d’inferiorità nei mie confronti, di me che potrei cucirgli addosso un cappotto di banconote da cinquecento?

Dieci anni fa, quando l’impresa presso cui lavoravo ha affrontato una grave crisi, ho investito i miei risparmi per mettermi in proprio e, con impegno e tanto, tanto sacrificio, oggi ho cento dipendenti e un fatturato a dieci zeri. Tutto grazie alle mie capacità!

Chi è costui per criticarmi? Come si permette un fallito di criticare me?

Ma il me seduto sul marciapiede tiene in scacco il mio corpo e la mia mente, mentre mi sento costretto ad ascoltare le sue parole, che non smettono di entrarmi dentro e di graffiare con chirurgica efficacia.

« Quando ti sei ritirato dal liceo, hai conosciuto una brava ragazza della quale ti sei innamorato, la figlia di un noto industriale della zona; lei aveva già una casa intestata e, quando vi siete sposati, con i soldi che avevate da parte avete provveduto a fare dei piccoli lavori di restauro all’abitazione, per renderla più funzionale alle vostre esigenze, e non è stato difficile coprire tutte le spese del matrimonio, anche perché i tuoi suoceri hanno contribuito parecchio. Per dieci anni hai continuato il tuo lavoro di operaio, ma, senza dover sborsare affitto o mutuo per la casa, hai potuto mettere da parte un bel gruzzoletto, cifra che hai investito per metterti in proprio. Pensi mai a dove saresti ora, se tua moglie non avesse avuto una casa? ».

Cosa diavolo dice?

Mi sono sposato nel 1993; una cerimonia normale come tante altre, senza particolari sfarzi.

Io e mia moglie avevamo valutato di acquistare una casa tutta nostra, ma poi avevamo deciso di andare a vivere nella villetta a schiera che mio suocero aveva acquistato per mia moglie anni addietro.

Con parte dei nostri risparmi abbiamo eseguito dei lavori di ristrutturazione per fare più nostra l’abitazione.

Durante i primi anni di matrimonio, ho acquistato una motocicletta, grazie alla quale ho macinato chilometri, viaggiando parecchio; d’altro canto, non avendo né un mutuo, né un affitto sulle spalle, potevamo permetterci più di uno sfizio.

I castelli della Loira, la Scozia, gli Stati Uniti; ogni anno un tour diverso.

Oltretutto, siamo riusciti a mettere qualche soldo da parte: abbastanza per stare tranquilli anche quando scoppiò la crisi economica; una cifra che mi ha permesso di investire per mettermi in proprio quando sono rimasto senza lavoro.

E di diventare l’uomo di successo di oggi.

« Non è colpa mia se mia moglie aveva una casa di proprietà! E poi, succede a tanti e, comunque, sarei potuto anche fallire, invece sono un imprenditore di successo e non devo ringraziare proprio nessuno per questo, se non la mia capacità e il sudore della mia fronte! Non me ne sto qui a rimuginare sulla sfortuna! ».

« Bla, bla, bla, imprenditore del niente! », mi schernisce l’uomo. « Ti ricordi quando sei stato assunto? Non avendo il diploma, hai cominciato in qualità di operaio generico, ma… Come si chiamava quel tale? Quello che non voleva più lavorare in trasferta? Marelli? Sì, mi sembra Marelli. Lo ricordo con affetto, pover’uomo! Chiese all’azienda di poter evitare le trasferte per un po’, perché voleva curare la sua depressione, ma gli risposero picche; i clienti, d’altronde, non potevano aspettare perché una nullità aveva un problema da niente. Depressione! Eh, sì, ora le macchine si permettono di non voler lavorare! Te lo ricordi? La figlia lo trovò impiccato in garage il giorno che doveva partire per un mese in trasferta in Cina e tu? Ti sei trovato nel posto giusto al momento giusto. Ci siamo trovati! Non dimenticarti che tu sei me ed io sono te. Entrambi abbiamo imparato il mestiere ed entrambi siamo diventati abili montatori. Inoltre, lavorando spesso in trasferta, guadagnavamo bene, non è vero? Ma la donna della quale ti sei innamorato tu, della quale ci siamo innamorati entrambi, nel mio caso non aveva più una casa, perché suo padre, poco prima che ci sposassimo, è fallito e la tua bella abitazione è finita in mano a una banca. Noi abbiamo acquistato una casa, accendendo un mutuo. Settecento euro al mese per venticinque anni. Per un po’ non ci sono stati problemi, poi, nel mio caso, mia moglie si è ammalata di cancro e via soldi per visite e cure. In seguito, fortunatamente, è guarita, ma è giunta la crisi. L’azienda pagava sempre più in ritardo e il mutuo era diventato insostenibile. Ho contratto molti altri debiti per far fronte alla situazione, fino a che l’azienda è fallita e le banche si sono prese tutto: la casa, i pochi risparmi e la mia dignità. Mia moglie è tornata a vivere con i suoi, perché ha incolpato me della situazione, proprio mentre, nel tuo caso, mi mettevo in proprio e dimostravo tutto il mio valore di imprenditore. Solo che, nel mio caso, i soldi erano andati alle banche e ai medici e non avevo nulla da investire e, in questa società dell’avere che prevale sull’essere, se non hai soldi non hai un nome, né un’identità e, mentre quando ti vedono in quel bell’abito firmato ti credono un uomo di successo, quando sei seduto su un marciapiede diventi soltanto un fallito. ».

Mentre l’uomo parla, la mia angoscia si trasforma in qualcosa di diverso, tremendamente diverso, una sensazione che non provavo da molto tempo.

Il tono del me seduto sul marciapiede è distaccato; racconta vicende tristi con una calma e una serenità che mi sconvolgono e non capisco.

Improvvisamente, le mie certezze, le fondamenta stesse della mia identità nel mondo mi sembrano traballare sotto i colpi dell’uomo, le cui parole entrano nelle mie difese senza neppure lottare.

Se invece di viaggiare avessi buttato via soldi per curare il cancro di mia moglie?

Se non avessi potuto accantonare il gruzzoletto che mi ha permesso di crearmi un lavoro tutto mio, dove sarei ora?

Sarei stato comunque capace di scalare i vertici della piramide sociale?

Non avevo mai riflettuto su quanto risparmiato grazie alla decisione di stabilirci nella casa di mia moglie.

D’altra parte, non siamo stati certo gli unici ad avere questa opportunità, ma mi assale il dubbio che forse, se avessi dovuto pagare un mutuo o un affitto, le cose sarebbero state un po’ più difficili.

E mia moglie?

Quando ci siamo conosciuti e sposati non ero certo ricco e nemmeno uomo di successo.

Tuttavia, se perdessi tutto, se diventassi improvvisamente una nullità sociale, mi resterebbe accanto come se nulla fosse o se ne andrebbe come accaduto all’uomo sul marciapiede?

Davvero è così forte, genuino e autentico il sentimento che prova per me?

E se anche in questo caso avesse un ruolo decisivo il fatto di aver acconsentito ad andare a vivere nella casa di suo padre, restando vicini ai suoi genitori?

Mi seguirebbe se decidessi di cercare fortuna in un’altra regione, perché senza più neppure un euro?

E in un altro Stato?

Scuoto la testa, per scrollarmi di dosso i dubbi, cercando rifugio nella mia solita sicurezza.

Vorrei ribattere, ma i pensieri si inseguono senza incontrarsi, concetti impazziti cui la mente non riesce a dare un senso, e, intanto, l’uomo parla, parla, colpisce, ferisce.

« Ma i libri li ho salvati, almeno quelli che ho potuto portare via. Certo, perché, mentre tu ti adoperavi ad accumulare denaro, io ho preso a calci la mia solitudine leggendo e credo di essere malato della sindrome di accumulo compulsivo, poiché non posso fare a meno di acquistare e leggere libri. Non appena ne finisco uno, devo assolutamente comprarne un altro e non posso fermarmi, è un impulso troppo forte. Probabilmente si tratta di un meccanismo di difesa della mia mente, dove il mio ego tiene a bada le cattiverie che mi sussurra il mio Super io per la situazione che si è venuta a creare, che ho contribuito a creare con i miei errori. Si tratta di negazione? Chissà? Forse è meglio parlare di annullamento. Sì, perché leggere e istruirsi è un’azione positiva agli occhi della società, o, almeno, ad una parte di essa, e, forse, il mio inconscio mi spinge a cancellare tutti i miei disastri compiuti. Ah, forse non sai che, nel mio caso, sei laureato. Sì, perché, mentre perdevo tutto, mi sono iscritto alle scuole serali e mi sono diplomato, poi ho proseguito gli studi, mi sono laureato in Psicologia e sono al terzo anno di Economia. ».

« E vivi su un marciapiede? ».

Sono sgomento. Un laureato dovrebbe avere un lavoro, una posizione, altrimenti è un fallito con la F maiuscola.

« In che senso? », mi chiede l’uomo.

La domanda mi sorprende.

« Beh, in che senso? Nel senso che è possibile che tu non abbia trovato un lavoro? ».

« Chi ti dice che io non abbia un lavoro? ».

« Come? Sei qui, vestito di stracci, con degli scatoloni pieni di libri, in mezzo a una strada e… Non lavori! ».

« Voi della società dell’avere siete proprio chiusi mentalmente! Non siete nemmeno capaci di rielaborare le informazioni che vi mandano i sensi. Per essere ciò che sono, non ho bisogno di circondarmi di oggetti costosi, né di avere una casa grande. Io sono. Esisto. Posso dimostrarlo con la mia cultura, le mie parole, i miei pensieri, le mie azioni, il mio vissuto. Tu, piuttosto, hai comprato quel Suv non proprio perché la tua auto preferita, ma perché appariscente. Ricordo ancora la frase che hai detto al venditore: “Per la miseria, avrò pure il diritto di far vedere che guadagno molto, o no?”. Io, invece, non ho un’auto. Vivo in città e mi servo dei mezzi pubblici. Però ho una casa, un piccolo monolocale preso in affitto. Indosso questo abito preso anni fa ai grandi magazzini perché è ancora integro, benché dimostri tutti gli anni che ha, ma non ho bisogno di una firma per sentirmi importante, anche perché non mi interessa essere importante, ma soltanto essere. I libri che vedi in questi scatoloni sono miei e ho deciso di donarli alla biblioteca perché ho bisogno di spazio per i miei nuovi libri e perché voglio guarire dalla mia propensione spasmodica ad accumularne troppi; sono seduto su questo marciapiede perché non ci vedo niente di male nel sedermi, in attesa di un amico che ha un furgone e che mi aiuterà a trasportare questi scatoloni alla biblioteca. Vedi come sei diventato? Hai l’arroganza di sentirti migliore di chiunque vesta abiti consunti, di chiunque si sieda su un marciapiedi. Pensi che stare accanto ai libri sia tempo perso, perché non si produce nulla. Sei presuntuoso, perché non ti sfiora neppure l’idea che tu possa aver preso un granchio. Sei l’emblema della società moderna, la società in cui si chiede cos’hai e non che cosa sei. Tu parli continuamente di avere: hai una moglie, hai delle auto, hai una casa, hai messo su una fabbrica e usi il verbo essere solo quando questo significa possedere qualcosa, perché, senza i tuoi averi, in realtà, non sei niente. Sei ancora il ragazzino ignorante che si è ritirato da scuola anni fa. Pensi che i tuoi dipendenti, anche i più capaci, non sarebbero mai in grado di fare ciò che hai fatto e nemmeno ti sfiora l’idea che qualcuno possa non avere la fortuna che hai avuto tu nella vita. Sei nato con la camicia, ecco perché sei un uomo di successo. Nel mio caso, la camicia si deve essere strappata durante il parto, ma non rimpiango nulla. Ho fatto i miei sbagli e ne sono consapevole, tuttavia, senza quelli, oggi non avrei una laurea. Non ho una donna che mi sta accanto solo perché è bello camminare al fianco di un uomo di successo, che nelle difficoltà della vita si è dileguata. Ho una laurea e insegno di sera presso un istituto superiore. Guadagno a malapena per vivere, ma vado avanti con dignità e i miei studenti mi arricchiscono molto più di quanto tu possa guadagnare. E… Sapessi che piacere vedere le persone rinascere dopo il diploma, sapere che hai contribuito alla realizzazione di sogni, alla riabilitazione di persone che potevano finire davvero su un marciapiede. La vita è arida di possibilità, ma, se il tuo cuore è nobile e la mente aperta, trovi sempre qualcuno pronto ad aiutarti, anche nella tua società, in cui aiutare significa dare delle opportunità all’avversario. In fondo, malgrado il tuo successo, sei rimasto lo stupido di un tempo, quello che se vedeva un tipo scendere da una bella auto di grossa cilindrata sbavava come un cagnolino, mentre neppure prendeva in considerazione chi aveva un’utilitaria. ».

Sono basito. Il cuore mi esplode nel petto e non so cosa dire. Resto lì, in piedi, di fronte al me seduto sul marciapiede che credevo essere un senzatetto, privo di parole.

Io, uomo di successo, milionario, in grado di poter comprare quasi tutto ciò di cui ho bisogno. Eppure, costui mi dice che non ha bisogno di niente, di niente che sia mio, almeno, rendendo la mia ricchezza quasi…

Voluttuaria.

Perché non prova invidia nei mie confronti?

Ciò non ha alcun senso!

E intanto continua: « La superficialità della tua vita non dipende dal fatto che tu abbia fatto i soldi, non fraintendermi, il mio non è un discorso negativo nei confronti dei ricchi a priori, tuttavia, le tue idee non ti portano a pensare a te come a un uomo che ha avuto successo e che svolge comunque una importante funzione sociale qual è dare lavoro ad altre persone, ma vivi la tua esperienza come quella di un dio onnipotente e onnisciente. Tu sei quello che sei perché sei stato bravo e sei il migliore. E puoi capire la bontà delle mie parole semplicemente immaginando di fallire domani stesso. Cosa ti resterebbe? Come vivresti senza un lavoro, senza una casa, magari senza più una moglie? E, soprattutto, come affronteresti i nuovi sguardi della gente? Quelli che ami tanto, oggi, perché ti vedono come uomo di successo? Senza i tuoi soldi saresti me e le persone pensano di me che sono un fallito. Come ti sentiresti ad essere me? Avresti la forza di sopportarlo? Sai quante volte ho visto nello specchio un uomo che disprezzavo, uno che mille volte ho pensato di uccidere, perché non mi mostrasse più quel volto che non era il mio? Sai quante volte sono stato sul punto di farla finita, schiacciato dalla depressione e dai miei fallimenti? Quanti imprenditori, d’altronde, si tolgono la vita in questi anni di crisi? Solo perché non hanno soldi per saldare i debiti? O, forse, perché non sono forti abbastanza per sopportare la vergogna? E, di converso, cosa mai potrei invidiarti? L’abito firmato? Mi copro benissimo con quello che indosso. L’auto di lusso? Non mi serve e la userei poche volte durante l’anno. Sarebbero soldi sprecati. Un conto in banca a dieci zeri? Una casa più grande? Soltanto un ampliamento di cose che ho già. A cosa potrebbe servirmi una casa più grande, se non a mostrare la sua grandezza alla gente come un trofeo? Io non voglio farmi osservare dalle persone, ma preferisco interagire con loro, ascoltarne i pensieri, condividendo i miei, mentre tu sei contento di parlare con qualcuno solo quando puoi ricavarne un guadagno, solo quando puoi vantarti delle tue conquiste. Sbaglio? Eppure, anche quando sei con gli amici non fai altro che magnificare la tua azienda e il tuo lavoro e, in altri argomenti, ti senti su un terreno scivoloso, non a tuo agio, e ti barcameni con frasi ad effetto sentite qua e là. Tu non leggi i quotidiani, eppure ti piace farti vedere con il Financial Times e il Sole 24 Ore sotto braccio, ma non conosci neppure la differenza che sussiste tra il concetto di azienda e quello di impresa. Hai la presunzione di essere un arrivato perché i tuoi soldi ti permettono di essere socio del Golf Club, ma nemmeno ti piace il golf; lo pratichi solo perché lo praticano molti faccendieri. Tu pensi che quelli come me siano dei senzatetto, falliti, strani difetti sociali che sporcano la limpidezza della tua bella società dell’avere, del progresso, della produzione, quella società di massa in cui hai un significato solo se produci e consumi. Le persone, per te, sono possibili mercati o macchine da inserire nella tua bella linea di montaggio, dove se uno sta poco bene diventa subito incomprensibile, sbagliato, inconcepibile. Definisci grottesco il fatto che una donna possa mettere al mondo quattro o più figli non per il fatto in sé, ma perché non concepisci i mesi di allontanamento dal lavoro della donna, per usufruire delle agevolazioni concesse in stato si maternità. Io, invece,  il te stesso seduto su questo marciapiede, non ho creato molta ricchezza economica, ma formo comunque le persone e svolgo una funzione sociale non meno importante della tua, tuttavia, nel mio caso, non sono spinto dal solo fine del profitto, ma dal piacere, una pulsione che non è quella egoista dell’Es, perché non mi spinge a circondarmi di effimere voluttuarietà per indossare una maschera che lasci sbigottiti gli altri alla festa di Carnevale, ma un’energia positiva e matura che porta a rallegrarmi quando ho dato tutto me stesso per gli altri. Io ho trovato la mia ricchezza nell’aiutare il prossimo e noto che i miei allievi mi ricordano per ciò che ho trasmesso loro e mi rispettano per questo, non per la mia posizione sociale. Un rispetto che non è dettato dall’invidia o dalla sudditanza, bensì un rispetto vero, sincero, che viene dal cuore. In sostanza, ciò che conta nella vita è il caso e come noi rispondiamo ad esso. Vista tra me e te, chi può dire cosa accadrà domani? Potrei arricchirmi alla lotteria e tu fallire, o morire per malattia o in un incidente, improvvisamente. Tuttavia, ciò che conta è che io non ti invidio e non cambierei la mia vita con la tua, perché la mia si fonda sulle certezze, mentre la tua sul successo. Anche nudo, il mio sapere non potrebbe togliermelo nessuno, quindi non vivo con l’angoscia di perdere la mia ricchezza. E’ una cosa che morirà con me, quando me ne andrò. E tu, invece, cosa saresti se diventassi me? Cosa saresti se restassi nudo? Tu non concepisci la vita come eterno divenire, come forma che muta e cambia, si evolve, così come teorizzato da Eraclito e da Hegel; tu sei legato alla concezione più occidentale della Filosofia, alla permanenza dell’individuo figlia di Platone e di Parmenide. Eppure, non ti accorgi del fatto che tutto ciò che hai potrebbe svanire, mentre solo ciò che sei può restare, pur mutando. Tu ti definisci un buon Cristiano, ma rinneghi gli insegnamenti della Bibbia e non seguiresti mai gli esempi dei santi, come, ad esempio, Francesco d’Assisi. E, anche in questo caso, indossi una maschera per piacere agli altri, non perché credi in qualcosa. Ti piace vantarti del fatto di lavorare sedici ore al giorno, non tanto perché sia indispensabile, ma perché, in realtà, non sopporti i capricci  dei tuoi figli e preferisci avere la scusa per lasciare a tua moglie l’intero onere di essere genitore; quello sì, un impegno a tempo pieno! Il tuo lavoro, invece, è la scusa più efficace dietro cui nascondere la tua voglia di fuggire dai tuoi figli e dalle tue responsabilità di padre, rifugiandoti dietro la tua capacità economica. E nel mondo in cui viviamo, dove più della qualità colpisce la quantità, chi lavora molto esercita un fascino irresistibile. E nemmeno ti sfiora l’idea che chiunque abbia la fortuna di avere un mestiere che ama trascorrerebbe ore ed ore al lavoro, cosa, tuttavia, non per tutti.».

I concetti del me seduto sul marciapiede hanno asciugato la mia saliva e non sono in grado di proferire parola. Sono afono. I miei neuroni non hanno la capacità di dare luogo a potenziali d’azione e le mie idee restano confinate in un luogo per me inaccessibile.

D’improvviso, un’intuizione.

Il cappello.

« Il cappello! ».

Mi aggrappo a quella speranza e grido di nuovo: « Il cappello! Se non sei soltanto un senzatetto, se non stai chiedendo elemosina, allora perché il cappello rovesciato in terra? ».

« Quale cappello? ».

L’uomo distrugge la mia ritrovata sicurezza. Mi volto a cercare il cappello che stava davanti al marciapiede fino a un attimo prima, ma non lo vedo.

« C’era un cappello! », affermo, con voce di nuovo inferma.

« E’ vero, l’ho notato anch’io! Forse lo aveva trasportato il vento e, così come lo ha fermato davanti a me, ora lo ha trascinato chissà davanti a chi altro. Chi può sapere dove soffierà domani? ».

Non so più che ore sono. Per la prima volta da quando sono un imprenditore di successo, temo di essere in ritardo a un appuntamento di lavoro. Ho il cuore che mi esplode nel petto mentre un groviglio di domande mi tormenta: se perdessi tutto, mia moglie mi resterebbe accanto? Troverei un’altra occupazione? Come mi sentirei additato da tutti come un fallito? Io lo faccio con gli altri e gli altri lo farebbero con me? E se anche trovassi un lavoro dignitoso, gli altri cosa penserebbero di me?

Sarei capace di rialzarmi se mi trovassi in terra, senza più ricchezze, né forze?

Riuscirei a riprendere in mano la mia vita come l’uomo del marciapiede?

Avrei la forza per rimettermi in gioco, magari tornando sui banchi di scuola, con moglie e figli ad aspettare qualcun altro?

Tormentato da questi quesiti e senza terreno sul quale ancorare le mie certezze sento il bisogno di sedermi e mi metto sul marciapiede, accanto al me che ora ha smesso di parlare.

La città non si è fermata e continua a dare un senso al trascorrere del tempo, incurante dei bisogni di ciascuno, con le auto imbottigliate nel traffico, i passanti che ci gettano occhiatacce, le sirene di un’ambulanza in lontananza, le luci ammiccanti delle insegne dei negozi, il profilo dei grattacieli che hanno la presunzione di sorreggere il cielo…

Forse ha ragione l’altro me, forse ho perso di vista quello che ero, consumato dalla mia stessa arroganza, mentre i soldi e il successo prendevano il sopravvento sulla mia mente e sul mio cuore.

L’uomo ha ragione.

Mi sembra che una luce si sia accesa nella mia mente, che un nuovo ritmo muova il mio cuore.

Mi volto.

L’uomo non c’è più e, mentre tutto scorre, mentre il vento soffia, mentre il cuore batte ancora nel petto, resto qui.

Solo, seduto sul marciapiede.

Se ti è piaciuto questo racconto, leggi anche “La collana di Spike”, per i piccoli lettori (clicca qui).

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