FRANCIA, QUANDO IL GIALLO FA PAURA

Francia, quando il giallo fa paura

Il movimento dei gilet gialli sembra una marea inarrestabile capace di esplodere anche in altri Paesi, con la probabilità che possa trasformarsi in una gigantesca mobilitazione mondiale.

di Pasquale Di Matteo

Edouard Philippe, Primo Ministro francese, ora è disposto a mostrarsi dialogante con il movimento dei gilet gialli.

Dopo aver schierato l’esercito in assetto antisommossa, dopo i proiettili di gomma sparati ad altezza d’uomo, dopo gli arresti e le umiliazioni a persone inermi e a studenti nei licei, insomma, dopo aver dimostrato il peggior volto della repressione, in pieno stile fascista e dispotico, il governo francese vuole riacquistare un minimo di credito a livello internazionale, sperando di levare dall’imbarazzo i partners europei.

Il mondo, d’altronde, resta in silenzio, basito tra la risposta cruenta del governo transalpino alle proteste del popolo e, al tempo stesso, sempre più impaurito per la potenza della sollevazione popolare, che non sembra più esclusiva dei confini francesi, ma che sta accomunando il resto d’Europa, sfociando persino negli Stati Uniti.

Negli ultimi vent’anni, d’altronde, le élite finanziarie che hanno soppiantato i governi nella politica dell’Occidente, sono state abituate al silenzio dei popoli, o al massimo a qualche inutile malcontento che non andava oltre innocue scaramucce.

La privazione della libertà, il precariato legalizzato in virtù di una globalizzazione sempre più diffusa, per affermare le regole del turbo liberismo, sono tutte norme introdotte a singhiozzo nei diversi Paesi occidentali, proprio per non manifestare tutta la loro virulenza e l’antidemocraticità di cui sono impregnate.

A piccoli passi, i popoli sono stati esautorati delle loro sovranità nazionali, fino a trasformare le elezioni democratiche in formalità istituzionali prive di alcun valore, come quanto avvenuto in Grecia testimonia.

Lì, un governo eletto con una vittoria schiacciante su un programma totalmente contrario alle politiche dell’Europa è stato costretto a piegarsi alle regole del dispotismo finanziario oggi al potere a Bruxelles, con il risultato che gli stipendi sono stati tagliati della metà, che i medici non hanno medicinali per i pazienti e che si è arrivati a rendere legale la vendita di prodotti alimentari scaduti per calmierare i prezzi e contrastare, almeno in parte, la povertà e la fame dilaganti.

I cittadini greci sono stati ridotti alla fame per rispettare piani di rientro del debito impossibili, i cui massimi sforzi finiscono ad alimentare i bacini di banche tedesche e francesi, il tutto mentre ai governi ellenici venivano permessi contratti di acquisto per navi e sottomarini militari costruiti in Germania per circa dieci miliardi di euro.

Perché, in fondo, non sono i debiti o i bilanci a preoccupare l’Europa, ma permettere alle élite di continuare a rimanere tali.

Basta osservare come, dopo i dati che hanno confermato un brusco rallentamento della locomotiva tedesca, dove il settore automobilistico non riesce più a trainare l’economia, improvvisamente si è cominciato a porre proprio le automobili sul banco degli imputati in merito all’inquinamento, dimenticandosi che i protagonisti negativi del settore sono i riscaldamenti e le industrie.

Anche l’Italia non si è sottratta dall’adottare piani volti a obbligare i cittadini ad acquistare nuove auto, vietando la circolazione alle auto da euro 0 a euro 4.

Addirittura si discutono mega tasse una tantum sull’acquisto di auto usate e/o nuove inquinanti, cioè quelle più a buon mercato, in una situazione per cui la povertà e le difficoltà economiche risultano sempre più limpidamente un difetto sociale, un ostacolo per i piani delle élite finanziarie, che, per i propri interessi, spingono sull’acceleratore del turbo liberismo e della globalizzazione.

Se davvero fossero i problemi ambientali ad animare i governi, allora non si permetterebbe di spedire le auto giudicate inquinanti in altre parti del mondo, come nel sud est asiatico o in Africa, perché spostare le nubi tossiche altrove non serve a risolvere il problema.

Perciò, per l’ingordigia dei super ricchi e per continuare a rianimare il sistema capitalista, ormai tenuto in vita artificialmente da tempo, attraverso provvedimenti come quelli appena citati e l’indebitamento sistematico delle famiglie, si costringono all’estinzione i rivenditori di auto usate e si massacrano i poveri, rei di non essere ricchi.

D’altro canto, nuove tasse sull’acquisto di auto, multe e blocchi forzati alle vetture inquinanti, sono tutti provvedimenti che colpiscono esclusivamente le fasce più deboli della società, perché i ricchi possono permettersi auto sempre nuove e, nella maggior parte dei casi, in leasing.

Se poi una famiglia ricorre all’accesso al credito, indebitandosi ulteriormente, le élite traggono un doppio guadagno, in virtù del possesso delle azioni di qualche banca.

Il tutto per alimentare un mercato dell’auto in difficoltà, in sostanza per acquistare nuove auto che tra qualche tempo verranno bloccate perché giudicate inquinanti a loro volta, in un cortocircuito in cui logica, intelligenza e buon senso fanno a pugni con l’indecenza.

E’ in questo clima che il popolo francese è sceso in piazza, appoggiando i gilet gialli, in un risveglio che non sembra circoscritto e che, vista la somiglianza dei problemi dei popoli europei e, in parte, anche del Nord America, rischia di trasformarsi in una voce potentissima in tutto il mondo, malgrado i media europei, compresi quelli italiani, da ultimi posti nel mondo quanto a libertà di stampa, stiano cercando di minimizzare gli avvenimenti, banalizzando le proteste dei Francesi in una risposta all’aumento del costo del carburante.

Non dimentichiamo, d’altro canto, che gli ultimi secoli si sono sempre aperti con moti e sommosse popolari contro gli usurpatori e i dispotismi, una ciclicità che sembra ripetersi, dopo la tirannia di gruppi di super ricchi e di grassi banchieri che hanno creduto di poter schiavizzare il pianeta a proprio uso e costume.

Dopo la sconfitta delle Sinistre, che fino alla fine del secolo scorso davano voce alle fasce più deboli delle popolazioni, prima di tradirle per favorire le politiche liberiste volute dai ricchi e dalle banche, i popoli hanno cercato ascolto tra le forze più populiste ed euroscettiche.

Ora, sembra che la pazienza abbia superato il grado massimo di sopportazione e che non vi sia più tempo per elezioni, né più spazio per la politica, non per quella attuale, almeno.

I popoli si stanno svegliando dal torpore e non credono più né alle promesse di chi ha ampiamente dimostrato di non essere di parola, né, tanto meno, a chi continua a suggerire che l’Europa dell’austerità, dei bassi salari e della lotta ai debiti pubblici sia il migliore dei mondi possibili.

Ormai, è chiaro a tutti che le élite hanno puntato ad alimentare la disoccupazione per abbattere gli stipendi e per giustificare radicali soppressioni dei diritti acquisiti dai lavoratori in decenni di lotte, nonché per far digerire all’opinione pubblica aiuti continui agli istituti finanziari, delocalizzazioni di grosse aziende e svendite di grossi gruppi industriali di proprietà statali.

Non a caso, la gran parte delle infrastrutture strategiche della Grecia è caduta in mano straniera proprio per ripagare i debiti ed evitare il peggio.

Quel peggio sbandierato come una minaccia in ogni talk show dagli europeisti, gli stessi che prospettavano apocalissi e sfaceli se al Referendum sulla Costituzione italiana del dicembre 2016 fossero prevalsi i NO.

I NO, per fortuna, hanno vinto.

Le balle degli europeisti sono state miseramente smascherate.

I gilet gialli finiranno il lavoro?

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