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LA DISFATTA DEL CALCIO ITALIANO

La disfatta del Calcio italiano.

di Pasquale Di Matteo per Eventi Armonici

La disfatta del Calcio italiano non è un episodio sfortunato dovuto a scelte tecniche sbagliate, ma un percorso progettuale fallimentare che parte dai vertici e dalla presunzione italica di essere forti sempre e comunque solo perché Italiani.

La squadra campione del mondo nel 2006 era formata in larga misura dai titolari della Juventus e del Milan, le squadre più forti del campionato italiano, con l’aggiunta di altri campioni provenienti dal resto della serie A, e due tra le più forti compagini d’Europa all’epoca.

Si trattava di giocatori abituati a giocare partite importanti in Champions League ogni anno, capaci di gestire la tensione che quelle partite comportano e, soprattutto, abituati a vincere.

Tuttavia, negli ultimi anni, complici anche regolamenti europei che stanno uniformando il calcio in tutto il continente, le squadre di club italiane hanno investito in maniera preponderante sull’acquisto di stranieri, così da trovarci con una nazionale composta da giocatori che militano in compagini che non arriveranno mai oltre il sesto posto in campionato, gettando le fondamenta per la disfatta del calcio italiano.

Se si leggono le rose titolari delle squadre attualmente ai primi posti in classifica, scopriamo che il Napoli conta il solo Insigne come Italiano e Juve, Inter e Roma sono comunque zeppe di stranieri, soprattutto in attacco.

Già nel 2009, in verità, il Calcio italiano si vantava della vittoria della Champions da parte dell’Inter, senza preoccuparsi del fatto che l’unico Italiano che giocò quella partita fu Materazzi, entrato negli ultimi minuti di gioco, a partita ormai conclusa.

Quindi, il primo problema del nostro Calcio è legato alla mancanza di programmazione della Federazione che aiuti e/o imponga ai club di puntare sulla ricerca di giovani talenti e, soprattutto, sulla loro crescita in prima squadra.

Secondo: poiché le nostre squadre di club non sono più tra le più ricche d’Europa e non possono più acquistare giocatori importanti, che preferiscono Spagna, Inghilterra e i club francesi degli sceicchi, le nostre formazioni fanno molta più fatica nelle competizioni europee, fatta eccezione per la Jueventus, unica squadra capace di risultati importanti in Europa. (Da notare, tuttavia, coma la Juve sia anche l’unica squadra italiana in grado di strappare un giocatore al Napoli per circa 90 milioni di euro e di poter allestire una campagna acquisti degna di nota).

Ovviamente, come dimostra il Milan di quest’anno, è necessario anche saper spendere i soldi in giocatori utili, altrimenti si fallisce.

Il Napoli, al contrario, è l’esempio di come si possa ottimizzare ciò che si ha a disposizione, scegliendo l’allenatore migliore possibile, affidandogli i giocatori più utili per il suo metodo di gioco, così come accade in un sistema di programmazione efficiente.

Ma le limitate disponibilità finanziarie impongono delle scelte e la panchina del Napoli non all’altezza della rosa titolare è il motivo per cui questa squadra forte e che esprime il calcio più bello d’Europa non ha ancora vinto nulla.

A onor del vero, poi, va ricordato che allenare una nazionale non è mai cosa facile per chiunque, in quanto non si hanno mai i giocatori a disposizione per lavorare; in una squadra di club, l’allenatore lavora ogni giorno a stretto contatto con la squadra e anche sistemi di gioco più complessi riescono ad essere assimilati nel tempo, cosa quasi impossibile in nazionale, dove ci si ritrova quattro, cinque volte l’anno.

Tuttavia, fatte queste dovute premesse, è indiscutibile il ruolo determinante del tecnico della nazionale, sia quando si arriva in fondo ai tornei importanti, sia quando si giunge alla disfatta del calcio italiano.

La squadra guidata da Conte agli ultimi campionati europei non era certo formata da fenomeni, eppure, con un sistema di gioco moderno comunque messo in atto, malgrado i limitati allenamenti, e la guida sicura di un allenatore capace soprattutto nella gestione dei giocatori, è stata eliminata soltanto ai calci di rigori dalla fortissima Germania, campione del mondo in carica.

Il problema è che allenatori vincenti come Antonio Conte costano molto e la nazionale ha potuto avvalersene solo in virtù della scelta del tecnico di ridursi l’ingaggio e della sua volontà di prendersi una pausa dal calcio di club.

Ma, quando Conte ha poi deciso di accettare l’offerta del Chelsea, la Federcalcio e il Presidente Tavecchio, anziché fare uno sforzo e cercare un allenatore di spessore che potesse continuare il cammino tracciato da Conte, hanno deciso di tornare alla vecchia abitudine italiana di prendere degli allenatori a basso costo, snobbati dai club che contano, con l’assurda presunzione di essere forti per la tradizione che l’Italia incarna.

Resta il fatto, con tutto il rispetto per mister Ventura, che questo signore non ha mai allenato nessuna squadra zeppa di campioni, tantomeno ha mai affrontato partite importanti in carriera.

Non era all’altezza di gestire un gruppo di professionisti nel calcio di livello mondiale.

Purtroppo, il Calcio degli anni ottanta, quello fatto di partite la domenica, moviola il lunedì e voti ai calciatori su La Gazzetta dello Sport è finito, morto, sepolto.

Con l’avvento dei Social e della TV digitale, si parla di Calcio ogni giorno e i giocatori sono sotto pressione 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

La figura dell’allenatore con il cappotto, che se ne sta educatamente seduto in panchina, è antidiluviana, perdente in partenza, e poteva funzionare ancora ai tempi di Vicini, non ora.

Oggi, i tecnici vincenti, prima ancora che pionieri di metodi e strategie moderne, sono professionisti delle tecniche di Psicologia e di gestione emotiva del gruppo, cosa che mancava a Ventura e che manca a qualsiasi tecnico di una certa età che non abbia mai giocato una partita di Champions, né allenato formazioni di spessore.

Mister Ventura ha senza dubbio ragione quando risponde alle critiche di chi si lamenta del suo non gioco citando la nazionale di Arrigo Sacchi, quasi mai capace di emulare lo spettacolo calcistico offerto dal suo Milan, ma dimentica partite importanti di quella stessa nazionale, come quelle del mondiale 1994 contro la Spagna e la Bulgaria, nonché quella tiratissima contro il Brasile in finale, persa soltanto ai rigori.

Perché Sacchi al mondiale ci è andato e, sotto il profilo tecnico, è uscito a pari merito con i campioni del mondo, tanto che la coppa fu appunto assegnata solo dopo i calci di rigore.

E, al di là dell’accostamento impossibile tra le qualità tecniche di un vincente come Arrigo Sacchi, inventore del calcio moderno, e un perdente come Giampiero Ventura, ancorato al calcio per soli nostalgici, non regge neppure il confronto tra le competenze di un professionista di gestione del gruppo, che tutt’ora lavora in questo campo, e quelle di un signore rispettabile che di Psicologia ha probabilmente sentito qualcosa in tv, storcendo il naso, continuando ad allenare come vent’anni fa, con i risultanti fallimentari sotto gli occhi di tutti, che hanno portato alla disfatta del calcio italiano.

L’eliminazione della nazionale dal prossimo mondiale potrebbe essere positiva nel momento in cui personaggi fallimentari come Tavecchio venissero allontanati e si puntasse a ringiovanire non tanto gli uomini ai vertici della Federcalcio, ma le idee.

Potrebbe essere positiva se si incentivassero i club a puntare sui vivai e si volesse davvero dare vita a un progetto per la nazionale tipo quello messo in atto in Spagna durante gli ultimi quindici anni.

Infine, l’eliminazione dal mondiale potrebbe essere positiva se si capisse una volta per tutte che la squadra più importante d’Italia merita l’allenatore migliore possibile, costi quel che costi.

Anche perché, come spiegato nei giorni scorsi da Il Sole 24 Ore, le perdite in termini economici derivanti dalla mancata partecipazione al mondiale saranno cospicue.

Mancheranno 8 milioni di euro solo per non far parte dei gironi di qualificazioni, più altri soldi per eventuali passaggi del turno e, cosa peggiore, il nostro inevitabile declassamento nel ranking mondiale porterà a rendere meno appetibile la nazionale in termini di sponsor, diretti e indiretti, oltre a vedere meno incassi per i diritti televisivi delle future partite, fino a maturare una cifra che, nei prossimi 4 anni, potrebbe sfiorare gli 80 milioni di euro.

Pertanto, aver speso qualche milione in più per pagare l’ingaggio a un tecnico degno di nota, capace di portarci almeno alla fase finale del campionato del mondo, sarebbe stato certamente meno oneroso di seguire la fallimentare via del risparmio.

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