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Dream Theater, re della musica progressive

Dream Theater, re della musica progressive, raccontati da Eventi Armonici.

di Pasquale Di Matteo

Felice di dare il benvenuto ai Dream Theater, re della musica progressive, qui, su Eventi Armonici.

Mi sono avvicinato ai Dream Theater, i re della musica progressive, da ragazzo, grazie a un amico appassionato del genere.

Ascoltai Another Day e fui immediatamente rapito dall’affascinante mondo di questi musicisti straordinari, capaci di miscelare sapientemente tecnica, virtuosismi, potenza del suono e melodia.

Ma come sono nati i numeri uno della musica progressive, i Dream theater?

Le origini dei Dream Theater, re della musica progressive.

È il 1985.

Nella sala prove del prestigioso Berklee College of Music, tre ragazzi suonano per ore e ore, spendendo tutto il tempo libero  nell’ossessione per la musica.

Sono il chitarrista, John Petrucci, di New York, il bassista John Myung, di Chicago, e un diciassettenne autodidatta arrivato al College grazie a una borsa di studio, il batterista Mike Portnoy, anch’egli di New York.

La loro passione per la musica è una vera ossessione, che li porta a suonare senza sosta, tanto che John Petrucci, in un’intervista di qualche anno dopo, rivelerà che arrivava ad esercitarsi fino a sei ore al giorno al di fuori dell’orario delle lezioni.

Il sogno di John è quello di emulare il suo chitarrista preferito, Steve Morse, fondatore dei Dixie Dregs e che in seguito diventerà chitarrista dei Deep Purple.

Petrucci, Myung e Portnoy hanno dato vita a una band, i Magesty,  e decidono di lasciare il college per dedicarsi esclusivamente al loro progetto, grazie al quale cominciano a suonare in giro per New York e dintorni, coadiuvati più volte da altri amici.
Il gruppo riscuote un ottimo successo a New York e nel New Jersey e si prodiga a dare vita a diverse demo con cover dei Rush, artisti ai quali si ispirano i Dream Theater agli esordi.
Il nome Dream Theater nasce perché Magesty appartiene già a un altro gruppo e, con la notorietà in continua crescita, Petrucci e compagni decidono di assumere l’identità definitiva con la quale sono conosciuti ancora oggi.

Nel 1989 arrivano il primo contratto discografico e il primo album di inediti, When Dream And Day Unite.

L’esordio discografico denota una certa immaturità, per mancanza di personalità e, soprattutto, a causa delle evidenti influenze di gruppi già famosi, quali: RushQueensrÿche e, seppur in maniera più limitata, Iron Maiden.

Malgrado ciò, risulta evidente l’X Factor di questa band e l’impressionante livello tecnico dei componenti.

Non a caso, Mike Portnoy è riconosciuto tutt’oggi indiscusso maestro nell’uso del doppio pedale, mentre John Myung e John Petrucci sono punti di riferimento per i bassi della Yamaha, il primo, e per le chitarre Ernie Ball Music Man il virtuoso della sei corde.

Il chitarrista di origini italiane, inoltre, è anche endorsement delle chitarre acustiche Taylor, conosciute qualche anno fa dal chitarrista, quando ne regalò una a sua moglie.

 

 

Se  l’eccellenza tecnica dei Dream Theater, da un lato, attrae molti cultori di musica, dall’altro attira diverse critiche da parte degli appassionati di suoni più sporchi e puri.

Il capolavoro dei Dream Theater, i numeri uno della musica progressive e la loro affermazione sulla scena mondiale, fatta di alti e bassi.

Intanto, nel 1992, esce quello che è considerato ancora oggi il più grande capolavoro dei Dream Theater,  Images And Words, contenente, come nel precedente lavoro, pezzi dall’altissimo tasso tecnico, come Metropolis Part 1 o Pull Me Under, e ballate decisamente più melodiche, come Another Day e Surrounded.

Nel disco debutta il un nuovo cantante, James LaBrie, immediatamente reclutato dal gruppo dopo essere stati folgorati dalla voce del vocalist in una demo spedita alla band dallo stesso LaBrie.
Images And Words è un successo clamoroso, probabilmente dovuto alla perfetta distribuzione di tecnica, virtuosismi e sentimento valorizzati da una voce unica.
Nell’album spiccano: Pull Me Under, con l’arpeggio di Petrucci diventato un must per tutti gli amanti della chitarra; Another Day e Surrounded, brani più tradizionali, ma di egregia fattura tecnica.
Il capolavoro dei Dream Theater vince il disco d’oro negli States e arriva al numero 61 della classifica di Billboard, mentre i membri della band diventano veri e propri idoli per i musicisti di tutto il mondo.

Nel 1993, la band esce con un disco live registrato al famoso Marquee di Londra, Live At The Marquee.

L’album viene criticato per l’eccessiva freddezza sul palco mostrata dai Dream Theater, critica mossa più volte anche in altre situazioni live; tuttavia, è probabile che tale mancanza di trasporto da parte dei componenti della band, durante le esibizioni dal vivo, sia dovuta alla complessità dei brani, la maggior parte dei quali supera abbondantemente i sei minuti e si compone di parti complicatissime, con tempi dispari come 13/8 piuttosto che 7/4, che talvolta si intrecciano tra loro.
Comunque, nel 1994 esce Awake, un lavoro non all’altezza del precedente capolavoro, poiché privo di un’identità precisa e con brani che, in alcune parti, come faranno notare alcuni addetti ai lavori, sembrano dimostrare una certa fretta, come se la band avesse dovuto far fronte a impegni discografici da rispettare a tutti i costi.

Un lavoro neppure lontanamente accostabile a Images And Words.
Da questo album, tuttavia, partirà un tour mondiale, durante il quale i Dream theater, dopo l’addio del tastierista storico, Kevin Moore, saluteranno il nuovo membro della band, Derek Sherinian.

Poco dopo esce un Ep dei Dream Theater, A Change Of Seasons, composto da sette opere in cui torna ad emergere l’equilibrio tra melodia e tecnica tanto amato dai fan, oltre a una serie di cover di band storiche come Pink FloydLed Zeppelin e Genesis.
Il lavoro presenta un equilibrio musicale più accattivante.

 

 

Anche la voce del vocalist, LaBrie,  risulta più limpida e gradevole rispetto alle forzature non entusiasmanti del precedente lavoro e sembra tornata quella splendida ammirata in Images and Words.

La svolta verso sonorità più morbide è evidente anche nell’album di inediti del 1997, Falling Into Infinity, che deluderà le aspettative di un’ampia frangia di sostenitori dei Dream Theater.

Il disco viene accolto piuttosto freddamente, forse  per la mancanza di ispirazione e per la presenza di troppi pezzi che, nel tentativo di essere più accessibili, finiscono per essere banali, con la conseguente penalizzazione della qualità dell’intera opera.

La band sembra colpevolizzare di questo mezzo flop il nuovo tastierista, tanto da allontanarlo.
Il 1998 vede la pubblicazione di un nuovo live, Once in a Livetime, che, come l’ultimo lavoro, non ottiene grande successo
Dopo l’uscita del live, la band si concede un anno di riposo, dedicato a vari progetti paralleli e all’inserimento del nuovo tastierista, Jordan Rudess.

Con questo nuovo innesto, per i Dream Theater inizia una vera e propria svolta, che si concretizzerà con Metropolis Part 2: Scenes From a Memory, l’album della rinascita, pubblicato nel 1999, che li riporterà a essere i re della musica progressive.
Si torna alle sonorità di Images and Words, dove le raffinate linee melodiche di Rudess si sposano al resto della band, la cui alchimia risulta al top, con stupendi passaggi all’unisono di tastiera e chitarra, oltre a fraseggi di livello tra Petrucci e Myung.
L’album, sebbene molto più complesso dei precedenti due, colpisce per la sua spontaneità e per il suo carattere profondamente melodico e naturale.

Da questo disco, e per i successivi tre, la band comincerà sempre l’opera successiva con un elemento presente nell’ultima traccia del precedente lavoro, una nota, un rumore.

In  Metropolis Part 2: Scenes From A Memory, tale congiunzione è data dal fruscio di fondo alla fine di Finally Free, che viene ripreso all’inizio di The Glass Prison,  prima traccia del successivo album, Six Degrees Of Inner Turbolence.
Finalmente, i Dream Theater partono per un tour mondiale degno della fama del gruppo, che darà vita a un album, Live scenes From New York, tristemente noto per la macabra coincidenza che lo ha visto uscire, l’11 settembre 2001, con una copertina in cui delle fiamme attorniavano New York e le torri gemelle.

La copertina verrà prontamente cambiata e le copie già in commercio ritirate, per sostituirla

La fase calante dei Dream Theater, re della musica progressive.

Dal 2002, i Dream Theater, indiscussi re della musica progressive, attraversano una fase di scarsa vena creativa, che li allontanerà per parecchio tempo dai fasti dei lavori precedenti, senza, tuttavia, perdere il loro fascino e il successo. Dal doppio album, Six Degrees of Inner Turbulence, ha inizio questa una nuova fase per la band, più cupa e sterile di nuove buone idee, che continuerà nel successivo decennio.

In questo periodo, va precisato, non mancano pezzi strepitosi, come As I Am o il capolavoro The Best Of Times, con uno degli assoli più belli e famosi della musica, ma i Dream Theater non riusciranno a replicare l’equilibrio e l’armonia che avevano caratterizzato i lavori del decennio precedente, così come solo sporadicamente la band riuscirà a elaborare mix di melodie progressive e parti strumentali che erano il marchio di fabbrica di Petrucci  & company.
Nel 2010 Mike Portnoy, co-fondatore e membro storico della band, annuncia la fine della sua avventura con i Dream Theater.

La band ingaggia Mike Mangini come nuovo batterista, musicista che vanta numerose esperienze e collaborazioni e detiene il record di batterista più veloce del mondo, curriculum che lo fa preferire ad altri dai Dream Theater, i numeri uno della musica progressive.
Nel settembre 2011, esce un nuovo album, A Dramatic Turn Of Events, che, nonostante sia ancora ostaggio della mancanza di verve che caratterizza la band da un po’ di tempo, vede buoni spunti e qualche bagliore dei fasti dei primi tempi.
Due anni dopo, è la volta dell’omonimo Dream Theater, che, a parte alcuni spunti del nuovo batterista e di qualche assolo di Petrucci, si può definire un album decisamente anonimo.
Nel 2016, esce The Astonishing, anticipato da una da una campagna pubblicitaria senza precedenti e che fa ben sperare per un ritorno in grande stile della band.

 

 

I Dream Theater, re della musica progressive, registrano più di due ore di musica, per un totale di 34 brani, con i quali disegnano  una storia molto complessa che ha certamente richiesto un sforzo non indifferente.

Purtroppo, il disco risulta eccessivamente prolisso e ripetitivo, persino pomposo, dove l’enorme livello tecnico dei componenti non basta a mascherare la carenza di idee e, soprattutto, la capacità di rinnovarsi.

Si nota un’involuzione del vecchio stile Dream Theater, con un’eccessiva semplificazione di gran parte dei lunghissimi assoli, con riduzione della durata dei brani e con melodie che sembrano ripetersi.

I Dream Theater sono certamente un gruppo che ha fatto la storia della musica progressive, i re della musica progressive, un gruppo di musicisti eccelsi, che hanno dato vita a canzoni memorabili, ma, come tutte le cose belle, purtroppo, sembrano avviati lungo il viale del tramonto.

O, da un altro punto di vista, avendoci abituato a opere sbalorditive per bellezza, raffinatezza ed eccelso tasso tecnico, il fatto che creino lavori di livello leggermente inferiore delude le aspettative estremamente elevate che altre band difficilmente riescono a creare.

Tuttavia, i Dream Theater sono una band che è stata capace di costruirsi un pubblico di nicchia, di dare vita alla musica progressive, della quale sono ancora i re, e di circondarsi di milioni di fan affezionati e devoti, come solo a chi è davvero grande è concesso.

E, chissà…

Con il nuovo album, i Dream Theater, i re della musica progressive, torneranno a stupirci ancora?

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