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SCHIAVI MODERNI: spersonalizzare per vendere.

di Pasquale Di Matteo

Chi sono gli schiavi moderni? Cosa significa spersonalizzare un individuo per vendere di più? Eventi Armonici affronta uno dei problemi peggiori di oggi.

Gli anni settanta del secolo scorso sono stati caratterizzati dalle lotte sindacali e dall’acquisizione di alcuni diritti da parte dei soggetti più deboli dei cicli produttivi.

La società di questo inizio millennio, al contrario, sembra orientata verso un forte ridimensionamento di tali diritti.

Mentre alcuni concetti astratti, come Globalizzazione, Mercati e Banche, assumono sempre più connotati umani, divenendo i soggetti decisionali delle politiche economiche, milioni di lavoratori e di lavoratrici vivono un drammatico processo involutivo di spersonalizzazione, dove i problemi riconducibili alla sfera emotiva dell’individuo diventano mera voce di bilancio.

Ciò sembra ricondurci all’antichità, a quando “Il disprezzo per il lavoro manuale appariva a molti come contropartita della schiavitù” (C. Mosse, Il Lavoro in Grecia e a Roma, trad. it. Di F. Giani Cecchini, Firenze, 1973).

Tuttavia, il disprezzo per le attività manuali oggi non nasce dal desiderio di avere del tempo per arricchire l’anima, come poteva avvenire nell’età aristotelica, bensì dalle stesse persone che si sono arricchite e continuano a farlo proprio in virtù del lavoro di quegli individui che, in fondo, sembrano disprezzare, individui da spersonalizzare per vendere, appunto.

D’altro canto, “Il lavoro consiste nella prestazione di energie lavorative effettuata, contro il corrispettivo di una retribuzione, da una persona fisica a favore di un’altra persona fisica o giuridica”. ( Enciclopedia Universale, vol 13°, a cura di Ceccuti-Calzini-Guizzetti, Ed. “Il Sole 24 Ore”, Milano, 2006).

Eppure, a partire dal 1992, con la soppressione del meccanismo della Scala Mobile, queste retribuzioni hanno perso progressivamente potere d’acquisto, cosa amplificata in maniera esponenziale dalla crisi economica degli ultimi anni.

A causa di tale crisi, infatti, alcune grandi aziende hanno intrapreso la via della demolizione di diritti acquisiti, come le ore massime lavorabili in un giorno, le regole relative alla pausa mensa o ai turni, le norme in merito alla malattia.

Spesso, si è fatto ricorso a referendum indetti tra i lavoratori, ma ciò è avvenuto in un clima fortemente antidemocratico, sotto il ricatto esplicito della cessazione dell’attività produttiva, con la barbarie del tutti contro tutti, a scegliere tra dignità o stipendio.

La stessa politica è intervenuta con una riforma del mercato del lavoro che ha, di fatto, cancellato l’efficacia delle norme inserite nell’articolo 18 della legge 300 del 1970, Statuto dei Lavoratori, senza che i diretti interessati abbiano potuto esprimere la loro opinione; proprio come ai tempi della Tratta degli Schiavi, quando questi ultimi erano costretti a subire passivamente e senza alcuna voce in capitolo le angherie degli schiavisti.

Oggi, possiamo quindi parlare dell’era degli schiavi moderni, uomini e donne da spersonalizzare per vendere di più.

Persino per quanto concerne il tema della sicurezza sul lavoro, si sono fatti molti passi indietro dall’inizio del millennio.

Come scrive Ricca, “Sovente, (…) la tutela dell’ambiente di lavoro si prospetta, più che come tutela di un luogo, come garanzia della salute del lavoratore”, (La tutela dell’ambiente di lavoro nel quadro del sistema dei diritti sociali, in “Protezione dei diritti sociali e prevenzione degli incidenti sul lavoro nel quadro dell’uomo lavoratore”, Ed Giuffré, Milano, 1987).

Ciononostante, già a partire dall’approvazione della legge 81 del 2008, gli sforzi per la tutela degli ambienti di lavoro hanno visto una rapida involuzione.

Infatti, se da un lato questa legge ha regolamentato la giungla di norme di cui si componeva la precedente legge sulla Sicurezza del Lavoro, legge 626, inasprendo anche alcune ammende per gli imprenditori inadempienti, dalla sua attuazione, non è però più possibile denunciare all’ASL competente eventuali violazioni delle norme con l’invio di una semplice lettera anonima; la legge 81, d’altronde, impone alle ASL di non intervenire se non in caso di denunce controfirmate.

 E quale dipendente, soprattutto nella situazione economica odierna, denuncerebbe il proprio datore di lavoro, ben sapendo di rischiare il posto?

Ma il dipendente non risulta più essere prima di tutto un individuo, ma un produttore di beni da vendere, mera risorsa aziendale, insomma, come un qualunque macchinario, grande vanto di chi dello spersonalizzare ha fatto una strategia “vincente”, vedi Marchionne.

E se è vero, come dicono Berra e Prestipino, che “Tutto il tempo perduto a causa degli infortuni riduce la produttività”, (Lo studio del lavoro e la psicologia della sicurezza lavorativa, Ed. Angeli, Milano, 1983), è altresì evidente la tendenza di molti imprenditori a ritenere più oneroso soddisfare pienamente le normative vigenti in materia.

Tutto ciò si ripercuote sui soggetti più deboli del ciclo produttivo.

A leggere l’art. 1 della Costituzione, “L’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro”, vengono spontanee alcune domande: perché la politica permette ciò che sta accadendo e, in taluni casi, accentuandone gli effetti? Perché si è ridotto l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori a una norma sostanzialmente inservibile, secondo la logica quantomeno singolare per cui agevolare i licenziamenti contribuirebbe ad aumentare l’occupazione?

E, per noi di Eventi Armonici, risulta evidente come tali provvedimenti ledano profondamente l’Art. 4 della Costituzione, poiché la Repubblica non sta promuovendo le condizioni che rendono effettivo il diritto al lavoro dei cittadini.

Sembra, piuttosto, si stia attuando, con la scusa della crisi economica, quel processo di schiavizzazione e controllo delle masse implicitamente auspicato dai neoliberisti della fine degli anni ottanta del secolo scorso, un processo che sta demolendo la classe media e soffocando quella più povera, a tutto vantaggio dei grossi possessori di ricchezze, sempre più ricchi, al motto implicito di: “spersonalizzare per vendere”.

E benvenuti ai dipendenti 2.0, gli schiavi moderni.

Si rende, allora, necessario invertire la rotta, ma per farlo bisognerebbe cambiare non solo il pensiero politico attuale, ma la stessa classe dirigente, troppo spesso facente parte delle classi più abbienti e, quindi, interessata a certi sviluppi piuttosto di altri.

Serve una nuova stagione che abbandoni il verbo “spersonalizzare”, nella quale la Politica non sia più un mestiere, ma semplicemente vocazione e impegno a termine, con un numero massimo di partecipazioni alle legislature e, soprattutto, alle cariche istituzionali, di modo da garantire quel ricambio generazionale e di idee altrimenti impossibile, ricambio indispensabile per tornare a parlare di lavoro tenendo presente, prima di ogni altra cosa, il concetto di DIGNITA’ DELL’INDIVIDUO e non più, come invece accade oggi, gli interessi economici, i bilanci e i profitti, relegando gli uomini a servi del potere: a schiavi moderni.

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