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10 maggio 1941: il caso RUDOLF HESS

10 maggio 1941: il caso Rudolf Hess

di Pasquale Di Matteo

 

Rudolf Hess, l’uomo più potente del Reich, dopo Hitler e Goring, era decollato dalla fabbrica di Messerschmitt, in Germania, alle 17:45 del 10 maggio 1941, alla volta della Gran Bretagna.

Dal suo cacciabombardiere ME-110 erano state disattivate le mitragliatrici e a bordo non c’erano né munizioni, né altre armi; Hess stesso, come si addice a un perfetto inviato di pace, era disarmato.

D’un tratto, si rese conto di essere in prossimità del suo obiettivo, quindi ripiegò la cartina che teneva fissata a una gamba e si concentrò sulle manovre che avrebbe dovuto compiere.

Rudolf Hess gettò uno sguardo all’orologio, valutando che fossero quasi le ventitré, quindi scorse l’illuminazione della pista di Dungavel, pensando che chi lo stava aspettando avesse acceso le luci in anticipo, rispetto all’orario convenuto, le 23:05.

Non poteva essere un caso.

Sorvolò quella zona, allontanandosi velocemente verso la costa, dove sganciò i serbatoi supplementari a West Kilbride, quindi virò, per tornare indietro; si convinse a compiere quella manovra, poiché sapeva che un approccio da occidente gli avrebbe assicurato la corretta direzione per atterrare sulla pista di Dungavel.

Alle 23:04 di quel 10 maggio 1941,  Rudolf Hess fu prossimo alla pista, ma, con suo grande stupore, le luci che poco prima gli avevano segnalato la striscia d’asfalto dove atterrare ora erano state spente.

Imprecò, incollerito, cercando di scorgere nel buio la zona prestabilita per l’atterraggio, ma invano.

E anche questo, valutò, non poteva essere un caso.

Senza un segnale che gli desse la certezza di dove si trovasse, Hess valutò che, con il poco carburante che gli restava, non potesse fare altro se non abbandonare il velivolo e paracadutarsi.

Aprì lo sportello, ma si rese ben presto conto del fatto che la pressione dell’aria lo inchiodava all’interno dell’abitacolo.

Da esperto pilota qual era, a quel punto, capì che la manovra più corretta da eseguire in un caso del genere sarebbe stata quella di capovolgere l’aereo, lasciandosi cadere nel vuoto.

Tuttavia, per un quarantasettenne sfinito dal viaggio lungo e irto di pericoli, che non si era mai lanciato con il paracadute in missione, quella mossa sembrava quantomeno azzardata, nonché estremamente rischiosa.

D’altro canto, Hess giudicò di non poter più tergiversare, perciò, alle 23:09, capovolse l’ME-110 e si lasciò andare.

Per sua fortuna, Hess riuscì a non urtare parti vitali con il velivolo, scheggiandosi soltanto l’osso di una caviglia contro la coda dell’aereo, prima di atterrare in un campo, nei pressi di Floors Farm, non lontano da Eaglesham House.

Il cacciabombardiere ME-110, invece, finì peggio, prendendo fuoco, dopo essere precipitato in un fazzoletto di terra più avanti. Pochi istanti dopo aver toccato terra, Rudolf Hess si accorse della presenza di un uomo, che tentava di liberarlo del paracadute.

« Mi trovo sulla proprietà del duca di Hamilton? », chiese, allora, allo sconosciuto.

Lo Scozzese parve non aver capito, perché, senza dire nulla, lo aiutò a mettersi in piedi, accompagnandolo verso una casa non troppo distante; appoggiato all’uomo, Hess attraversò zoppicando il campo sul quale era atterrato e raggiunse quella che capì essere l’abitazione dello Scozzese.

Mentre il vice del fuhrer veniva fatto accomodare su di una poltrona accanto a un caminetto acceso, soggiunsero due militari, apparentemente attirati dal chiasso dell’aereo precipitato. Entrati nell’abitazione dello Scozzese, uno dei due si precipitò da Hess e gli chiese: « Qual è il suo nome? ».

« Alfred Horn! », dichiarò il Rudolf, esibendo un perfetto Inglese.

« Potrei avere un bicchiere d’acqua? », domandò a sua volta, speranzoso.

« Noi, in Gran Bretagna, si beve birra! », gli rispose l’altro.

Sul viso di Hess si dipinse un sorriso sollevato, quindi, questi si frugò in una tasca, tirandovi fuori un biglietto, che poi consegnò al giovane militare, riconoscendo il messaggio in codice convenuto.

« La prego.., », gli disse. « Lo consegni al duca di Hamilton… Gli dica che Alfred Horn è arrivato! ».

Sebbene il soldato gli ispirasse fiducia, scelse di continuare a rilasciare lo pseudonimo che usava quando si trovava in missione e, soprattutto, ribadì ancora una volta che era giunto per incontrare il duca di Hamilton, mentre un duca ben più importante avrebbe dovuto accoglierlo a Dungavel House quel 10 maggio 1941.

Quando i due militari stavano per uscire dall’abitazione, si udì il sopraggiungere di un’autovettura.

Pochi istanti più tardi, tuttavia, nella casa comparvero altri uomini, alcuni ufficiali dell’esercito, altri in borghese, i quali prelevarono Hess, portandolo via, cambiando per sempre il corso della storia.

Il gerarca nazista avrebbe poi raccontato che a Dungavel house, residenza del duca di Hamilton, cugino di re Giorgio VI, avrebbe dovuto incontrare il duca di Kent, fratello del re e suo intimo amico da alcuni anni.

La sua era una missione di estrema importanza per porre fine alla guerra tra Germania e Gran Bretagna.

UN PARTITO PACIFISTA?

La storiografia ufficiale interpreta il volo di Hess in Scozia, la notte del 10 maggio 1941, come la missione di un uomo vittima di una grande illusione.

Un caso, un’anomalia storica, insomma.

Il gerarca nazista era profondamente persuaso che in Gran Bretagna vi fosse ad attenderlo un partito pacifista pronto a porre fine alla guerra; ciò sarebbe anche la prova dello stato mentale maniacale del vice del Fuhrer, dipinto dalla storia come un pazzo.

Tuttavia, gli storici ortodossi sembrano aver dimenticato che, durante gli anni trenta, molti politici, intellettuali e perfino membri della casa reale britannica erano rimasti letteralmente folgorati dalla filosofia nazista.

Dopo tutto, si trattava di un sistema che era andato oltre ogni sogno azzardato: in pochi anni era stata azzerata la disoccupazione.

Il Paese era risalito dall’inferno di una drammatica situazione economica, flagellata dall’iperinflazione, a un benessere invidiabile; inoltre, era riuscito a fare tutto ciò debellando, al contempo, il Comunismo, il pericolo numero uno per la borghesia di tutta Europa. Non è da escludere a priori, quindi, il fatto che alcuni membri della borghesia anglosassone fossero rimasti fedeli a questa ideologia, che tanto avrebbero voluto vedere applicata anche in patria, alle prese con un’economia sempre più in difficoltà. Dopo la Prima Guerra Mondiale, il circolo monarchico che aveva governato l’Europa per secoli era stato per lo più spodestato, ridotto o, come nel caso dei Romanov, eliminato.

L’impero austroungarico era andato in pezzi, mentre il kaiser era stato mandato in esilio e suo figlio aveva rinunciato al trono, segnando la fine del Reich.

Laddove i sovrani erano rimasti, – Olanda, Belgio, Gran Bretagna – avevano visto il potere diminuire fortemente.

Nel 1940, la Gran Bretagna ospitava, in esilio, le famiglie reali spodestate di mezza Europa; questi aristocratici erano ben consapevoli del fatto che un’altra guerra non avrebbe potuto che erodere ulteriormente il loro potere e le loro ricchezze.

Se una ragione è mai esistita per inseguire la possibilità di una pace all’ultimo minuto, era questa.

Inoltre, va precisato che Hitler non aveva mai avuto intenzione di muovere una guerra alla Gran Bretagna, verso il cui impero nutriva un profondo rispetto, anche sotto l’influenza di Hess e degli intellettuali Haushofer e Rosenberg.

E’ vero anche che per la popolazione tedesca, invece, gli Inglesi erano visti soltanto come astuti affaristi che avevano cercato di farli morire di fame.

Ma Hitler era ossessionato dall’idea secondo la quale il Secondo Reich aveva fallito nel tentativo di espandere le sue colonie perché si era trovato in competizione diretta con l’impero britannico; egli era convinto che fosse necessario trovare un’intesa con la Gran Bretagna, per poi muovere le truppe verso le distese russe.

Ciò è vero al punto che, nel 1943, quando sembrava imminente la resa dell’Inghilterra, Hitler scriveva: « La Gran Bretagna, per il bene del mondo, deve rimanere immutata nella forma attuale… Di conseguenza, dopo la vittoria finale, dobbiamo attuare una riconciliazione ».

Hitler, d’altronde, fece di tutto per rafforzare le relazioni anglo tedesche; più volte l’ex primo ministro, David Lloyd George fu invitato in Germania per incontrare il Fuhrer e altrettante volte influenti nazisti, come Alfred Rosenberg e Rudolf Hess, furono inviati in Inghilterra per coltivare amicizie con l’alta società anglosassone, compresa la casa reale.

In Inghilterra videro la luce molti gruppi di pace, tra i quali il Right Club, fondato dal parlamentare filonazista Archibald Ramsay, che annoverava tra i suoi membri il duca di Wellington, il barone Redesdale e quel William Joyce che fu giustiziato come traditore della patria nel 1946.

Moltissimi ufficiali dell’esercito della corona britannica aderivano a gruppi di pace, non perché fossero filonazisti, ma per la paura di una nuova guerra, che volevano scongiurare a ogni costo.

Inoltre, va ricordato che una percentuale molto elevata degli industriali e dei finanzieri britannici aveva investito ingenti somme  nell’industria tedesca, tanto che in un rapporto inviato a Washington dall’addetto militare USA a Londra, si affermava che la City era pronta alla pace in qualunque momento.

Le prime elezioni dopo la Prima Guerra Mondiale avevano visto il trionfo dei laburisti e, con la nazionalizzazione del settore minerario, diversi esponenti dell’alta società erano stati espropriati di un gran numero di possedimenti, cosa che accadde anche al cugino di Giorgio VI, il duca di Hamilton.

C’era, poi, il problema del debito: in molti temevano che un’altra guerra avrebbe accentuato il forte debito contratto nei confronti degli Stati Uniti a causa della Prima Guerra Mondiale.

Questo sentimento fece inalberare il presidente americano, il quale, in un’intervista di quegli anni criticò le scelte delle maggiori figure dell’impero britannico: « …alcune delle maggiori figure dell’impero britannico, uomini delle cosiddette classi superiori, uomini del rango più elevato, segretamente vorrebbero riappacificarsi con Hitler e fermare la guerra. ».

I motivi per volere una pace, quindi erano molteplici, ma ciò che accadde la notte del 10 maggio 1941 a Rudolf Hess resta ancora oggi un caso irrisolto, un mistero.

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