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L’ASCESA DEL DRAGONE Cina: da officina dell’Occidente a padrona del mondo

di Pasquale Di Matteo

Quando si parlava di Cina durante gli anni ottanta e novanta del secolo scorso, venivano alla mente i ristoranti cinesi dai profumi speziati, nomi e località esotiche, magazzini a poco prezzo e manodopera economica e di scarsa qualità realizzativa.

Nel corso degli ultimi decenni, i Cinesi hanno colonizzato interi quartieri delle più grandi metropoli del mondo, suscitando curiosità per la loro millenaria cultura, ma anche ira e paura per la grande competitività nel commercio.

A Milano, per esempio, via Paolo Sarpi è un quartiere nel quale più del 90% delle attività commerciali è cinese; lungo quel corso si trovano i più grandi grossisti di abbigliamento made in China presenti sul territorio italiano, insieme ai grossisti di bigiotteria, ai rivenditori d’oggettistica d’arte orientale e ai ristoranti cinesi.

Persino vecchie trattorie dal nome tipicamente italiano sono gestite da Cinesi.

Questo quartiere in particolare è stato oggetto più volte dell’interesse dei media per omicidi riconducibili alle attività illecite della mafia cinese o per sommosse pro o contro la massiccia presenza di Cinesi nella zona.

Tuttavia, negli ultimi anni la Cina ha fatto un salto di qualità, quasi senza che il mondo occidentale se ne rendesse conto e, oggi, nel secondo decennio del nuovo millennio, ci siamo accorti che la Cina non è più solo una possibile minaccia per le nostre economie, ma molto di più, perché la partita è già stata giocata e il gigante asiatico ne è uscito vincitore per manifesta inferiorità dell’avversario.

Dal punto di vista dell’economia, infatti, il primo decennio del XXI secolo è stato il decennio della Cina; in termini di PIL, questo Paese figurava al sesto posto della classifica mondiale nel 2000, mentre nel 2010 ha scavalcato il Giappone, conquistando la seconda posizione, passando dal 3% del PIL mondiale all’inizio del millennio, al 10% nel 2011, e sembra destinato a raggiungere gli Stati Uniti d’America in poco tempo.

Malgrado questi ultimi anni siano stati caratterizzati da continue crisi finanziarie sempre più drammatiche, la Cina è rimasta l’unica economia di grandi dimensioni a mantenersi in forte crescita, con una media annuale superiore al 9%.

Ancora nel 2005, la Cina doveva esportare 20 milioni di camicie per importare un airbus, ma già nel 2010 le cose erano cambiate profondamente.

Sebbene dalla Cina provengano ancora il 40% dell’abbigliamento e delle calzature e il 50% dei giocattoli esportati nel mondo, allo stesso tempo, il Paese è diventato produttore del 25% delle automobili prodotte al mondo, il 50% dei frigoriferi, dei cellulari, delle celle fotovoltaiche e il 60% dei computer costruiti sul pianeta.

Il primo decennio del millennio è stato testimone di una crescita industriale cinese senza precedenti e queste nuove produzioni non sono state esclusivamente appannaggio delle imprese straniere e dei loro subappaltatori cinesi, ma hanno visto il coinvolgimento di attori cinesi sempre più potenti a livello globale.

Accanto ai marchi europei, americani e giapponesi che hanno impiantato delle unità produttive nel Paese, alcune realtà locali hanno fatto quel salto di qualità che molti osservatori occidentali ritenevano non sarebbe mai stato possibile se non nel corso di molti decenni.

Inoltre, tra il 2010 e il 2020, è prevista una seconda rivoluzione che sconvolgerà ulteriormente l’economia globalizzata. Il modello di Cina subappaltatrice per i mandanti occidentali è vetusto e non corrisponde più alla realtà; oggi in Cina si sta affermando un nuovo modello di potenza industriale propriamente cinese; i marchi cinesi stanno acquistando qualità sempre più elevate grazie a ingenti investimenti nella ricerca e il tradizionale made in China cui siamo stati abituati per decenni sta cedendo sempre più il posto al made by China.

Tutti conosciamo gruppi industriali come General Motors, Apple, Whirpool, Wolkswagen, Sony, Panasonic e tante altre, ma pochi sanno che ai primi posti nelle classifiche mondiali, accanto a questi colossi, ci sono sempre più aziende cinesi.

Dal 1999, la politica cinese ha attuato una strategia diversa in economia: ha lasciato ampia libertà d’azione alle imprese, appoggiandone i piani di acquisizione e gli investimenti per la ricerca e lo sviluppo attraverso l’apertura di crediti illimitati da parte delle banche di Stato.

Nel 2010, il gruppo Haier, colosso cinese nella produzione di elettrodomestici, è diventato il numero uno mondiale, con vendite che hanno superato i 20 miliardi di dollari, contro i 18 di Whirpool.

Nel 1984, la Haier era un piccolo laboratorio dove si assemblavano frigoriferi, mentre oggi sviluppa e produce gli elettrodomestici più evoluti al mondo; nel 2008, infatti, è stata la prima a sviluppare il sistema di lavaggio senza detersivo, sfruttando l’elettrolisi dell’acqua, immettendo sul mercato la lavatrice più tecnologica sul pianeta.

Il successo della Haier non è un caso isolato: il maggiore produttore mondiale di climatizzatori è, infatti, un‘azienda cinese, la Gree.

Per capire come i colossi industriali cinesi abbiano ottenuto questi risultati straordinari, è doveroso ricordare che la Gree, dal 2008 a oggi, non ha assunto solo 40.000 operai per l’assemblaggio dei suoi prodotti, ma anche più di 2.000 ingegneri per elevare costantemente il livello qualitativo della progettazione.

Se fino a qualche anno fa i neolaureati giapponesi e cinesi sognavano di trovare lavoro nei colossi tecnologici statunitensi e giapponesi, oggi la Gree e la Haier riescono a ingaggiare questi cervelli con stipendi di primo impiego pari a 150.000 dollari americani se le loro competenze e il loro talento sono ritenuti di reale interesse per il gruppo.

Inoltre, la Cina non si è affermata soltanto a livello di produzione industriale e di rinnovamento tecnologico, ma, attraverso una politica spregiudicata e aggressiva, ha acquistato ingenti quote del debito pubblico di diversi Paesi occidentali, primi fra tutti gli Stati Uniti d’America, tanto che qualche politologo oggi parla degli Usa come di una colonia cinese.

Tutto ciò è avvenuto nel disinteresse generale e soltanto con lo scoppio della più grave crisi economica della storia, la scarsità di lavoro in Europa e negli Stati Uniti ha acceso i riflettori sul gigante asiatico ed è stato quasi uno shock il sorpasso ai danni del Giappone.

Ma come è potuto accadere che l’Occidente non si accorgesse di ciò che stava accadendo?

Per capirlo, bisogna ricordare che, mentre la Cina acquistava fette di mondo sempre più grandi e scalava tutte le classifiche economiche, il mondo occidentale era rapito da altri problemi e da altre paure: quelle generate dall’11 settembre 2001.

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